La cultura che questa rivista rappresenta non ci pare tuttavia
molto lontana dalla "via aperta all'Iniziazione Massonica
al modo come la Tradizione si è presentata in Italia nell'insegnamento
di Pitagora" cui si richiama il nostro Serenissimo Rito,
e, non a caso, l'autore, il dott. Lloyd Thomas, è un ricercatore
storico di indubbia capacità che è stato ospite
alla VI Accademia del Rito Simbolico Italiano. Ringraziamo l'autore
per averci permesso di ripresentare qui il suo articolo.
L'Italia occulta
Quale è stato il ruolo storico dell'esoterismo in Italia
nel ventesimo secolo? Fino ad ora si tratta di una domanda che
pochi storici si sono voluti porre, a parte qualche specialista.
Forse il fatto non sorprende, dal momento in cui, nella storiografia
italiana del dopoguerra, anche un fenomeno macroscopico sul piano
storico e sociale come la Massoneria (la quale, pur non volendo
definirla come organismo "esoterico" tout court,
presenta diversi legami con il mondo dell'esoterismo) è
stato sostanzialmente trascurato, oppure, salvo qualche notevole
eccezione, fatto oggetto di trattazioni di parte che non hanno
sempre contribuito a delinearne l'effettivo ruolo. In quanto alle
vicende di altri movimenti del Novecento, di minore consistenza
numerica ma non per questo meno significativi, come il Gruppo
di Ur, gli ermetisti che fanno capo a Giuliano Kremmerz, gli steineriani
ed i gruppi teosofici, è sceso un velo di silenzio. Ciò,
nonostante l'imponente apparato pubblicistico e poliziesco che
si era messo in moto, non solo per combattere l'antifascismo politico
ma anche - e forse soprattutto - per schiacciare i tentativi di
coltivare filosofie, modelli di pensiero e tipi di spiritualità
diversi dall'ortodossia politico-religiosa dominante. Riteniamo
utile, quindi, presentare queste considerazioni introduttive relative
ad un particolare aspetto della vita spirituale dell'Italia: la
campagna antiesoterica condotta durante regime fascista.
Un'introduzione alla "storia dell'esoterismo" dell'Italia
contemporanea deve inquadrarsi nell'attuale situazione della storiografia
in cui all'approccio idealista (e tendenzialmente ideologizzato)
tende a sostituirsi la posizione positivista, che privilegia maggiormente
il ricorso alle fonti archivistiche. A questo proposito, non è
solo il progresso delle conoscenze storiografiche a determinare
un modo diverso di studiare o di interpretare la realtà,
ma è il mutare dell'assetto sociale e culturale ad imporre
il ricorso a nuove interpretazioni. Una maggiore attenzione a
questo fenomeno si rende ancora più necessaria, dal momento
che alcuni ambienti integralisti tornano a propagandare una visione
politico-teologica della storia italiana, stigmatizzando il ruolo
di correnti di pensiero alternative al cattolicesimo.
Abbiamo preferito parlare di storia dell'esoterismo, anche se
la materia trattata in questa sede non riguarda tanto l'esoterico
in senso strettamente filologico, quanto un vasto mondo, alquanto
eterogeneo, all'interno della società italiana, che in
qualche modo si identificava nell'esoterico o nell'occulto. Dice
bene Parodi che "l'esoterismo non è una moda, che
ciclicamente rinasce dalle ceneri del razionalismo materialista:
esso è un "modo di essere", di porsi nei confronti
della realtà universa"1 .
Vale comunque la pena di soffermarci in primo luogo su alcune
definizioni, poiché la stessa terminologia è stata
manipolata nell'ambito della polemica politica e religiosa nei
confronti dell'esoterismo.
Innanzi tutto, nel periodo da noi studiato, si utilizzano spesso
i termini "esoterismo" e "occultismo" senza
distinguere l'uno dall'altro; chiediamo l'indulgenza del lettore,
che dovrà tenere conto della mancanza di rigore filologico
in molta documentazione dell'epoca. Da una parte, com'è
noto, la spiritualità "nascosta" o esoterica
presuppone l'esistenza di un corpo di insegnamenti religiosi
e filosofici palesi o essoterici, per cui è lecito
parlare, per esempio, di buddismo esoterico o di esoterismo dantesco.
D'altra parte, il termine occultismo nasce nell'Ottocento
per descrivere quell'insieme di idee e di movimenti i quali, in
contrasto con il positivismo materialista dell'epoca, miravano
a valorizzare sia le antiche scienze occulte (dette anche ermetiche)
come l'alchimia e l'astrologia, sia il nascente fenomeno dello
spiritismo o della metapsichica, precursore, in un certo modo,
della parapsicologia 2 .
In seguito agli sforzi del materialismo scientista oltreché
delle varie confessioni religiose, il termine ha acquisito un
certo alone negativo. Nel periodo che ci interessa, il termine
occultismo veniva talvolta adoperato in senso dispregiativo, ma
anche con accezione puramente descrittiva, e comprendeva non solo
l'esoterismo ma anche lo spiritualismo e il misticismo in genere.
A volte si trattava di una definizione piuttosto generica, come
quella del vociano Panzini, per il quale occultismo significava
lo studio e la penetrazione di tutto ciò che nella natura
è mistero 3 . Per
Evola, invece, si trattava del sapere contrapposto al fideismo:
Il presupposto gnoseologico fondamentale dell'attitudine occultistica
è dunque questo: che è meglio saper di non sapere
che credere 4 . Anche
l'Enciclopedia Italiana mantenne un tono relativamente
distaccato: per i cultori dell'occultismo, era possibile venire
a conoscenza di certi enti e certe forze attraverso pratiche svariatissime,
implicanti profonde modificazioni psichiche individuali 5 .
La guerra delle parole ebbe comunque un ruolo importante per quelle
forze intente ad imporre una condanna di stampo politico-teologico,
sia attraverso i controlli sulla stampa periodica imposti dal
regime nel 1926, sia per il clima inquisitoriale il quale, in
presenza della legislazione liberticida, favoriva improvvisi ripensamenti
nel campo delle scelte spirituali.
Non è compito di questo saggio offrire uno studio comparato
delle diverse scuole, esoteriche od occulte che siano, né
di fornire un quadro particolareggiato delle loro dottrine; né
si tratteranno in questa sede i fenomeni della magia popolare
e dei servizi a pagamento offerti dai chiromanti e via dicendo.
Si cercherà piuttosto di fare luce su alcuni personaggi
ed organizzazioni di un certo spessore culturale che in vario
modo si sono occupati di indagini sul mistero negli anni tra le
due guerre. Dopo aver tracciato un quadro sintetico dell'Italia
esoterica nei primi anni Venti, si passerà all'esame dell'opera
di persuasione culturale, una vera e propria campagna antiesoterica
mossa principalmente dalla corrente che si potrebbe definire clerico
fascista: ossia quella vasta area di convergenza tra fascisti
ed esponenti del cattolicesimo politicizzato, i quali accettarono,
in qualche misura, le ragioni delle rispettive politiche 6 .
Tale connubio, a prescindere dal fatto che nascesse per convinzione
o per opportunismo, era sorto soprattutto con la fusione tra il
Partito Nazionale Fascista e l'Associazione Nazionalista Italiana
(ANI), ed ha lasciato chiare tracce nella cultura italiana fino
ai nostri giorni 7 . Infine,
si esaminerà qualche episodio di repressione poliziesca
nei confronti di circoli ritenuti rei principalmente di esoterismo,
anche se tale reato non compariva in nessuna norma di legge.
L'attacco contro l'esoterismo si manifestava in uno sforzo costante
ma talvolta irto di contraddizioni. Si esprimeva in linguaggi
diversi, dalla monomania di un Preziosi alla prosa ammaliante
di un Evola, dalle accuse di improbabili patti con il diavolo
alla manipolazione dei miti nazionali, in particolare del mito
di Roma e di quello dantesco. La sede di queste polemiche variava
altrettanto a seconda lo scopo prefisso: dalle delazioni di «Roma
Fascista» si passavano ai saggi articolati su riviste di
rilievo nazionale, per arrivare fino alla prestigiosa Enciclopedia
Italiana. Si differenziavano anche le misure repressive:
mentre, per esempio, molti massoni dovettero subire violenze e
provvedimenti di confino a partire dal 1925, la Società
Antroposofica fu formalmente autorizzata fino al 1941.
Il rinnovamento defeliciano degli studi storici ha posto in evidenza
come il regime fascista non nasceva in un vuoto, ma fu piuttosto
la conseguenza di una serie di fattori concatenati di tipo politico,
sociale, economico e culturale: e noi aggiungeremmo, anche di
tipo spirituale. Non si può quindi trascurare il fatto
che in Italia, uscita vittoriosa dall'estenuante esperienza della
Grande Guerra, esisteva una vasta gamma di organizzazioni, di
circoli, di periodici e di attività editoriali collegati
in qualche modo con l'esoterismo e con l'occulto. Si trattava
di una vera e propria rete socioculturale, caratterizzata da una
dinamica di scambio tra persone (per affiliazioni formali o per
semplici frequentazioni) ed idee (per la lettura delle stesse
riviste e degli stessi libri).
Questa rete si era già diffusa tra la fine dell'Ottocento
e gli inizi del Novecento, grazie anche all'intensa attività
in ambito locale che caratterizzava non solo Roma ma anche altre
città come Firenze, Napoli e Milano. Si trattava di un'epoca
di grandi mutamenti in cui alle antiche e ben consolidate organizzazioni
o correnti filosofico-iniziatiche come il pitagorismo, l'ermetismo,
il neotemplarismo e la Massoneria simbolica ed esoterica si aggiungevano
forze nuove come la Società Teosofica e la ricerca metapsichica.
Anche molti esponenti letterari ed artistici del Futurismo fiorentino
si occuparono di esoterismo.
Fermo restando la critica, articolata e spesso giustificata,
svolta da Guénon, Reghini ed Evola nei confronti della
teosofia e dello spiritismo, riteniamo che solo oggi, placate
le polemiche di tipo personale che affiorano nelle testimonianze
dell'epoca, si possa cominciare ad intuire l'impatto della divulgazione
culturale operata da quel mondo multiforme che rientrava in quello
che era chiamato in maniera generica teosofia e occultismo.
Nell'Italia la geografia dell'occulto era caratterizzata da alcuni
territori vasti, e spesso dai contorni vaghi: le organizzazioni
teosofiche, la Massoneria e lo spiritismo erano quelle più
diffuse dal punto di vista quantitativo, con diverse migliaia
di persone tra aderenti e ambiente, principalmente tra la media
e alta borghesia. Oltre alle attività propriamente esoteriche
al loro interno, si potrebbe affermare che questi gruppi costituivano
un fenomeno di una certa rilevanza anche sociopolitica, che tra
l'altro alimentava una consistente attività editoriale.
In quanto ai circoli più ristretti, si potrebbe dire che
essi costituivano il fulcro dell'attività intellettuale
e spirituale intorno al quale si muovevano i maggiori personaggi
dell'esoterismo, tra cui i circoli kremmerziani, il filone pitagorico
di Reghini e di Armentano e le derivazioni dell'esoterismo massonico.
In quanto all'ambiente romano nei primi anni Venti si possono
citare diversi cultori del filone esoterico e mistico-religioso,
anche nella migliore società della Capitale, i quali avevano
animato, a partire dai primi anni del secolo, un'intensa attività
culturale e editoriale: per esempio, Ersilia Caetani Lovatelli,
Leone Caetani, Giacomo Boni, il gruppo dei teosofi indipendenti
della rivista «Ultra», i teosofi ufficiali di «Gnosi»,
e il gruppo di spiritisti e spiritualisti della rivista Luce e
Ombra. Sempre a Roma, negli anni Venti, veniva pubblicato «Atanòr»,
l'insigne rivista di studi iniziatici diretta da Arturo Reghini.
Da non dimenticare, poi, la rivista «Mondo Occulto»,
che usciva regolarmente a Napoli dal 1921 al 1939, e la miriade
di pubblicazioni su argomenti anch'essi occulti.
L'equivoco massonico
Il punto di partenza della campagna antiesoterica si potrebbe
individuare nel problema dell’equivoco massonico, paravento
dietro il quale si sono svolte da lunghi anni in Italia varie
operazioni politiche e culturali la cui portata è ancora
da chiarire. La Massoneria, già elevata dalla Chiesa cattolica
a rappresentante inquietante e onnipotente del male, venne presa
di mira da varie forze politiche. Tra loro vi furono non solo
i cattolici ma anche l’Associazione Nazionalista Italiana
(ANI) e, successivamente, una parte dei fascisti, inaugurando
l’epoca dell’attacco politico-teologico: gli avversari
furono contestati non solo dal punto di vista dei programmi e
delle politiche, ma furono anche accusati di rappresentare il
male metafisico. Le critiche riguardanti la politica interna ed
estera si confondevano con l’accusa di massonismo e di lesa
maestà nei confronti della Chiesa. Dopo un primo periodo
di consolidamento del regime fascista, si arrivò alla firma
dei Patti Lateranensi del 1929; con tale atto si cercò
di forzare i tempi del lento processo in atto che aveva già
portato alla nascita del sentimento patriottico nella maggior
parte dei cattolici italiani. Il regime volle, invece, affermare
“l’identità inscindibile” tra l’essere
fascista (inteso come obbedienza all’apparato autoritario
e le sue direttive) e l’essere cattolico (inteso non tanto
come intima convinzione religiosa quanto come ossequio esteriore
alla Chiesa). E di conseguenza, nacque anche il teorema dell’identità
tra antifascismo e anticattolicesimo 8
.
La natura eterogenea dell’istituto massonico in Italia e delle sue molteplici manifestazioni non facilita il compito dello studioso. Le organizzazioni massoniche si occupavano di scienze esoteriche, per costituire una specie di “anti-Chiesa”? Oppure si trattava di società segrete nel senso tecnico, cioè di organismi, come la Carboneria, dediti a trame politiche sotterranee? Oppure si aveva a che fare semplicemente con un partito politico trasversale della borghesia “progressista” dell’Italia post-unitaria, in cui l’aspetto rituale contava in modo incidentale, o semmai nel senso psicologico e sociologico? Per formulare una risposta a queste domande, rimandiamo il lettore agli studi specializzati in merito. In ogni modo, come per qualsiasi grande organizzazione storica, i gruppi liberomuratori ed i loro esponenti evidenziano tratti molteplici e talvolta contraddittori. All’innegabile eterogeneità della Massoneria si affiancava la grande varietà degli affiliati. Parlando dei primi decenni del Novecento, in quale misura possono essere accomunati personaggi diversissimi come Ettore Ferrari, scultore e uomo politico di sinistra, il liberale ed esoterista Giovanni Amendola, il generale degli Arditi Luigi Capello e iI “ras” di Cremona Roberto Farinacci, per il semplice fatto della loro affiliazione massonica? Si tratta verosimilmente di un legame talmente vago e generico da essere paragonabile a quello dell’affiliazione religiosa, la quale teoricamente accomunava la quasi totalità della popolazione italiana in un cattolicesimo nominale, mentre in pratica il sentimento religioso si manifestava in mille modi diversi.
Mentre si è ipotizzata l’esistenza, negli anni tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento - spesso segnati dalla persecuzione statale ed ecclesiastica - di un “ombrello” massonico sotto il quale avrebbero trovato rifugio i rappresentanti di varie correnti iniziatiche - cristiani e pagani, cabalisti e pitagorici, neotemplari e rosacroce oltre ovviamente ai liberomuratori in senso stretto - non crediamo che si possa affermare un’identità assoluta ed inequivocabile tra esoterismo e Massoneria per quanto riguarda il primo Novecento.
In quegli anni del Novecento i massimi dirigenti delle due Massonerie
- quella del Grande Oriente, detta di Palazzo Giustiniani, e quella
della Grande Loggia, detta di Piazza di Gesù - dedicavano
notevoli sforzi all’attività politica. Questa fase
politicizzata, eredità della prima generazione post-unitaria,
comportava un variegato impegno partitico di molti “fratelli”
massoni, sparsi in diversi i raggruppamenti parlamentari, ad esclusione
della parte cattolica e dell’estrema sinistra 9
. Nel periodo post-unitario, comunque, si osservava spesso
l’identità tra affiliazione massonica e classe politica10
. In alcune frange della
Massoneria politicizzata, si manifestava una tendenza alla retorica
antireligiosa, espressione di una corrente di tipo razionalista,
estranea e talvolta avversa alla corrente esoterica. Allo scoppio
della guerra in Europa, i dirigenti massonici ebbero l’opportunità
di andare oltre la politica in senso strettamente elettoralistico,
pronunciandosi per l’intervento contro l’Austria allo
scopo di liberare Trento e Trieste. In seguito diedero il loro
appoggio anche all’impresa di Gabriele D’Annunzio
a Fiume.
La Massoneria possedeva in ogni caso per definizione alcuni tratti di tipo esoterico; il suo punto di forza era costituito proprio dallo svolgimento di riunioni in forma rituale, in modo da unire diversi individui in un unico sodalizio in cui tutti si consideravano, per l’appunto, fratelli, intenti a raggiungere la perfezione. La stessa struttura gerarchica e l’esistenza degli “alti gradi”, con i loro rituali particolarmente ricchi di simbolismo iniziatico, implicavano la possibilità di un eventuale interessamento agli aspetti esoterici da parte dell’affiliato dei primi gradi. A questi aspetti si contrapponevano le correnti di forte ispirazione razionalista e materialista che si erano diffuse tra i liberomuratori europei dell’Ottocento, a partire dalla Francia. La tendenza alla politicizzazione ed alla “razionalizzazione” della Massoneria italiana non era comunque gradita a tutti gli affiliati, e nell’arco degli anni vi furono diversi tentativi di riprenderne alcuni indirizzi di tipo spiritualistico. Per esempio, Arturo Reghini aveva cercato di portare la Massoneria verso la riscoperta delle posizioni ideali di un pitagorismo romano.
Come nacque la formula adoperata dalla propaganda fascista e dagli informatori di polizia che equiparavano Massoneria, occultismo e “sovversione antifascista”? Innanzi tutto, va ribadito che non tutti i massoni furono esoteristi ed occultisti (segnatamente non lo fu la componente “laica” e razionalista), come non tutti gli esoteristi furono dei massoni; ma fu proprio questo equivoco il cardine della politica repressiva contro l’esoterismo in toto. In questa sede, il ruolo della Massoneria e la campagna antimassonica del clerico-fascismo saranno analizzati non tanto in relazione ad una problematica identità effettiva e complessiva tra esoterismo e le varie correnti massoniche, quanto all’importanza della qualifica di massonismo attribuita alle organizzazioni esoteriche in generale, da parte della pubblicistica clerico-fascista e della Polizia politica. Durante il Ventennio, le organizzazioni dell’ambiente esoterico erano regolarmente bollate “di tipo massonico” a prescindere della loro derivazione filosofica o iniziatica, e senza tener conto della loro natura effettiva, allo scopo di fornire una motivazione giuridico-ideologica alla soppressione o alla sorveglianza esercitata nei confronti di vari gruppi e di personaggi ritenuti “sospetti”.
Mentre è nota la posizione antimassonica di Benito Mussolini,
non traspare in lui una particolare ostilità nei confronti
del concetto di esoterismo in quanto tale; nelle conversazioni
con il suo biografo Yvon De Begnac, Evola ed altri personaggi
sono associati a temi esoterici senza parole di censura 11 .
Mussolini non disdegnava la collaborazione di Antonio Bruers alla
propria rivista personale «Gerarchia»; Bruers,
autore della densa rubrica «Cronache del pensiero filosofico»
era anche un noto personaggio del mondo dell’occultismo,
dannunziano e da anni animatore della rivista di studi spiritisti
e spiritualisti «Luce e Ombra».
Lo storico Aldo A. Mola ha già analizzato i vantaggi a
breve ed a lungo termine, che Mussolini avrebbe voluto trarre
dalla soppressione della Massoneria italiana. Oltre all’intento
di seguire una linea gradita al Vaticano, si può ricordare
come l’operazione consentì l’eliminazione di
alcuni dissidenti fascisti, come nel caso del generale Luigi Capello,
il popolare reduce della Grande Guerra, “fratello massone”
e notissimo personaggio dell’arditismo, condannato per il
presunto coinvolgimento nel fallito attentato Zaniboni. Oltre
al diretto rafforzamento della posizione personale di Mussolini
nel difficile periodo tra il 1924 ed il 1926, non era da sottovalutare,
il valore politico della criminalizzazione, esplicita o implicita,
di vasti settori della borghesia. Le liste degli iscritti alle
logge (e, in misura minore, degli appartenenti alle organizzazioni
spiritualiste) potevano costituire potenziali liste di proscrizione,
trattandosi in molti casi di persone di cultura con una buona
posizione sociale 12 .
Il punto di vista della Chiesa
In quanto ai pregiudizi nei confronti dell’esoterismo coltivati all’interno della Chiesa cattolica, possiamo distinguere tre posizioni nell’epoca che ci interessa: quella ortodossa e tendenzialmente teologica, quella maggiormente intransigente e politicizzata, e quella minoritaria che ammetteva una certa apertura.
Secondo la posizione ortodossa, l’affermazione di qualsiasi
credenza in contrasto con la dottrina della Chiesa rischia di
porre il battezzato (e quindi, per quanto riguarda l’Italia,
la quasi totalità della popolazione) nella condizione di
“eretico”. A tale riguardo è illuminante l’esposizione
di Giuseppe De Luca sotto la voce “eresia” nell’Enciclopedia
Italiana 13 .
In questa ottica, ogni adesione a dottrine come il neoplatonismo,
alle correnti “eretiche” del cristianesimo ed a concetti
“orientali” come la reincarnazione era da condannarsi
senza possibilità di appello. Lo stesso vale, poi, per
le altre pratiche “esoteriche” che hanno accompagnato
l’uomo nell’arco della sua storia, come per esempio
la divinazione, condannata dalla teologia cattolica come violazione
del primo comandamento.
La secolare condanna della Massoneria (la prima di una lunga serie risale al 1738) si distingueva soprattutto per le critiche di sfondo politico, prima nel Settecento (quando il papato la stigmatizzava come strumento della politica inglese), e poi nel periodo risorgimentale allorché la Chiesa cercò di contrastare con argomenti di natura anche teologica le lotte contro il potere temporale. Quindi, nei documenti ecclesiastici contro la Carboneria e la Massoneria, veniva sviluppata nel tempo una tesi articolata, enunciata con toni più o meno veementi secondo il momento storico, secondo cui questi organismi costituivano un pericolo non solo per la religione ma anche per società.
In quanto all’atteggiamento normativo della Chiesa verso
il “nuovo” fenomeno dello spiritismo, il S. Uffizio
emanò un divieto netto solo nel 1917; ai fedeli fu vietato
di presenziare alle sedute medianiche “con o senza medium”.
Il provvedimento coincideva con la rinnovata diffusione di esperienze
medianiche in seguito alle reazioni emotive alla carneficina nelle
trincee. Il problema morale non era tanto la realtà oggettiva
dei fenomeni, quanto l’attribuzione di queste manifestazioni
a Dio oppure al diavolo. Se il diavolo interferisce negli svariati
rapporti interpersonali, c’era da aspettarsi, si diceva,
anche l’interferenza nei fenomeni paranormali 14 .
Il divieto del 1917 sussiste comunque senza che si debba fare
indagini ex post per determinare l’eventuale natura
diabolica dei fenomeni, anche se non si emette un giudizio definitivo
sulla natura dei fenomeni psichici e della percezione extrasensoriale.
Peraltro la Lettera Apostolica Officiorum ac munerum del
25 gennaio 1897, aveva già proibito la lettura e anche
la semplice detenzione di libri che insegnavano o avallavano la
divinazione, la magia e l’evocazione degli spiriti 15 .
In quanto agli intransigenti, si può citare innanzi tutto
il p. Oreste Nuti. Pur rappresentando il punto di vista di quella
che sembrava soltanto una minoranza di sopravvissuti, antirisorgimentali
e nostalgici del Sillabo di Pio IX e del potere temporale,
egli riveste una certa importanza per due motivi: in primo luogo,
già negli anni Venti egli sosteneva, insieme con Bernardo
Maraglia 16 , la tesi del
complotto ebraico-massonico che avrebbe avuto fortuna negli anni
Trenta. Per Nuti, poi, dalla ipotesi del legame tra Massoneria
e paganesimo si arriva alla la tesi della natura fondamentalmente
massonica del fascismo (si riferiva al periodo antecedente all’epurazione
preconciliare). La lotta risorgimentale fu considerata “guerra
satanica”, un tentativo di “rivincita e ripristinamento
pagano”17. Il nazionalismo,
nato con il liberalismo ottocentesco, aveva sostituito alla religione
la statolatria, chiamata da Nuti, con la sua prosa costellata
di virgolette, «il culto “imperiale” del “Dio-Stato”,
un vero e proprio “culto pagano”»18.
Scopo del nazionalismo fascista sarebbe stato «il paganesimo
“romano” che dal “Fascismo” - con processo
a ritroso - si vuol rimettere a nuovo»19.
Non sappiamo esattamente quando furono scritte queste parole:
alla fine del libro appare la data del novembre 1924. Nonostante
che il culto della romanità del fascismo fosse ancora agli
incerti esordi - e peraltro destinato ad essere considerato deficitario
da un cultore della romanità del rigore di Arturo Reghini
- queste manifestazioni non passarono inosservate al pubblicista
cattolico. Questa linea critica ritornò in auge verso la
fine del fascismo con la ricomparsa della critica contro la “statolatria”.
Durante il pontificato di Pio XI, la politica interna della Chiesa
fu caratterizzata dalla lotta tra i gesuiti romani, da una parte,
e gli intransigenti di mons. Umberto Benigni e del cardinale spagnolo
Merry del Val, dall’altra20.
Benigni (1862-1934) si era fatto notare per l’instancabile
opera di propaganda antimassonica ed antiebraica, ma anche antiesoterica.
Fondò il Sodalitum Pianum, l’organismo internazionale
preposto alla lotta contro il modernismo nella Chiesa, facendo
abbondante uso della delazione: “Manipolavano notizie, denunciavano,
condannavano, calunniavano chiunque si allontanasse dalla loro
intransigente ortodossia”21.
Collaborava inoltre con la rivista francese «Revue Interationale
des Sociétés Secrètes» dell’abbé
Ernst Jouin; questa pubblicazione, alla pari del clerico-fascismo
italiano, considerava Massoneria, esoterismo e ogni tendenza liberale
come manifestazioni del processo “sovversivo” scatenato
dalla Rivoluzione francese. Nel primo dopoguerra il Benigni si
dedicò alla denuncia della “piovra giudeo-massonica-bancaria”22,
parallelamente alle iniziative dell’ex sacerdote Giovanni
Preziosi.
Dopo la soppressione del Sodalitiurn Pianum da parte
delle autorità ecclesiastiche, Benigni continuò
la sua opera, creando l’Intesa Romana di Difesa Sociale.
Dalla lotta al modernismo cattolico egli allargava il tiro al
parlamentarismo, all’ebraismo “talmudico”, a
“tutte le sette” massoniche e all’esoterismo
di tipo “teosofico, spiritualista, idealista, spiritista”23.
Mentre la posizione antiesoterica potrebbe corrispondere a quella
effettiva della Chiesa, Benigni si distingueva per l’ulteriore
esasperazione della “questione massonica”, che veniva
interpretata in un contesto reazionario ed antisemita. In un sostanziale
ritorno alle tesi del Sillabo, si sottolineava che qualsiasi
avvicinamento ad una forma di spiritualità diversa dall’ortodossia
cattolica avrebbe costituito un pericolo non solo per la religione,
ma anche per l’ordine sociale.
Mentre si collocava nell’area intransigente, anche Benigni,
a differenza dei nostalgici di Pio IX, optò alla fine per
l’appoggio al processo conciliare. II gruppo di Benigni
emerge in maniera significativa anche attraverso le informazioni
riservate passate a Mussolini da un anonimo informatore in Vaticano
nel periodo delle trattative per la conciliazione. Infatti, all’animosità
nei confronti del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Gasparri,
corrisponde un altrettanto esplicito elogio del Benigni, considerato
negli ambienti ufficiali come il rappresentante dell’integralismo
cattolico filo-fascista24.
In quanto alla corrente più “moderata” cui
si è accennato, questa compagine sparuta non ha avuto nessuna
visibilità nel periodo in questione, almeno in Italia.
Le “simpatie gnostiche” (che poi, a ben vedere, simpatie
non erano) di un Buonaiuti erano avversate sia dalla Chiesa sia
dal fascismo. Le oscure accuse di Benigni contro le “connivenze
massoniche” dei gesuiti riguardavano più che altro
le lotte interne alla Chiesa, e in particolare contro le componenti
più “liberali” della Compagnia attive nelle
sedi decentrate, specialmente in Francia25,
e, successivamente, negli Stati Uniti.
Il nucleo romano dei gesuiti, incarnato soprattutto da Pietro
Tacchi Venturi e da Enrico Rosa, direttore di «La Civiltà
Cattolica», mantenne una posizione nettamente conservatrice,
giocando un ruolo di spicco nella campagna politico-culturale
contro l’esoterismo e in particolare contro la Massoneria.
Effettivamente, il periodico gesuita poté vantare che in
“settantacinque e più anni di vita e di battaglie
non si è stancato mai di richiamare l’attenzione
dei lettori sulla insidiosa opera della setta, intenta a sovvertire
i fondamenti stessi degli ordinamenti religiosi e civili della
società”26.
Anche in questo caso, l’antimassonismo del periodico di
Via di Ripetta si ergeva a difesa non soltanto della religione
ma anche della società civile. Con l’avvento del
fascismo, in ogni caso, l’Italia era “ritornata cristiana
e liberatasi dal giogo massonico” nonostante la persistenza
di “tristi pregiudizi” di stampo laico27.
Negli anni Venti, «La Civiltà Cattolica» aveva
pubblicato e messo in commercio numerose operette “popolari”
del genere antimassonico e contro varie manifestazioni dell’occultismo;
vi era persino un opuscolo contro il concetto dei diritti degli
animali, altra idea che stava guadagnando terreno negli ambienti
della spiritualità controcorrente28.
Un altro esponente della Compagnia, Antonio Oldrà, si occupava
nello stesso periodo di osservazioni sull’occultismo29.
Ma già nel 1907 il quindicinale aveva condannato l’esoterismo,
in cui, similmente a Benigni, si scorgeva l’inquietante
zampino del modernismo.
In merito a questo intenso attivismo da parte della rivista dei
gesuiti, si è ipotizzato che la continua attenzione nei
confronti delle scienze occulte avrebbe persino alimentato un
maggiore interesse per questi argomenti, enfatizzando fenomeni
che altrimenti sarebbero stati visti dai più con relativa
indifferenza30.
Infine, ricordiamo la pubblicistica nella quale diversi autori
contribuivano alla campagna antiesoterica in nome della dottrina
cattolica. A tale proposito avremo modo di citare Mario Baronci31,
il quale fa risalire lo spiritualismo contemporaneo ad un processo
esclusivamente negativo, una tappa della lotta secolare degli
“eretici” contro la Chiesa cattolica sfociata in tempi
più recenti nel “modernismo” tanto stigmatizzato
dagli intransigenti. Dal punto di vista dottrinale è da
citare anche il libro del domenicano Giovanni Polestra; nell’opera,
munita di imprimatur ecclesiastica, si sostiene la superiorità
del cristianesimo sul paganesimo greco-romano e sul neopaganesimo
moderno, identificato principalmente nella “trinità”
spiritismo-teosofia-antroposofia32.
La cultura dal nazionalismo ad Evola
Passando all’esame di alcuni aspetti politici della cultura
italiana tra le due guerre, va ricordato il ruolo del movimento
nazionalista. Quest’ultimo, secondo il modello proposto
da Perfetti33, ebbe all’inizio
forti tendenze estetiche, manifestate dagli scrittori del “Leonardo”,
della “Voce” e poi del “Regno”. Mentre
vi fu una corrente risorgimentale e irredentista rappresentata
da Scipio Sighele, allontanatosi dopo la nascita del partito vero
e proprio, nell’ANI si affermò l’ala di “estrema
destra” e comunque filoclericale di Emilio Bodrero e Luigi
Federzoni.
Avvenne un passaggio di massima importanza con la fusione nel
1923 tra il PNF ed i nazionalisti, fusione con la quale l’ANI
venne opportunamente trasformato in organismo culturale. In altri
termini, il fascismo delegò ai nazionalisti - ma sarebbe
più preciso chiamarli conservatori filocattolici - il compito
iniziale di elaborare le basi culturali del nuovo regime. Sebbene
Mussolini stesso, a distanza di qualche anno, denunciasse il tentativo
nazionalista di conquistare un ruolo predominante nella cultura
fascista -affermando, naturalmente, che era stato il fascismo
a fagocitare il nazionalismo - si trattava di un’azione
tutt’altro che fallita, dal punto di vista politico e culturale,
dal momento che il fascismo e lo stesso Mussolini accolsero il
pregiudizio “teologico” sostenuti dagli uomini dell’ANI,
che furono anche tra i maggiori fautori dello Stato autoritario.
Rispetto ai “clericali” veri e propri ed alla nascente
Democrazia cristiana, il movimento fondato dall’estetizzante
Corradini non sembrava rappresentare, nel panorama politico italiano,
una componente fortemente cattolica. Ma ciò che conta è
il ruolo effettivo svolto dagli uomini dell’ANI nel consolidamento
del fascismo. Nei primi anni del regime, occuparono incarichi
di rilievo gli ex nazionalisti Federzoni, Rocco ed Emilio Bodrero,
rispettivamente agli Interni, alla Giustizia e alla Pubblica Istruzione.
Federzoni fu il fautore del “moderato stato di polizia”34
istituito dal fascismo;
Bodrero (cattolico “ortodosso” ma non intransigente35)
fu l’autore del noto ordine del giorno antimassonico presentato
al Gran Consiglio; mentre il giurista Rocco, che inneggiava ad
una ritrovata unità tra religione e patria36,
fu promotore di quella legislazione contro la libertà di
associazione che fu alla base del controllo capillare dei moti
di pensiero indipendente.
Si potrebbero poi citare le prese di posizione antiesoteriche
di un altro esponente ufficiale della cultura del PNF, Paolo Orano
(1875-1945). Proveniente anche lui dalla file nazionaliste, già
massone37 e sindacalista
rivoluzionario con i “fratelli” massoni Bianchi e
De Ambris, fu fascista della prima ora e autore di diverse opere
e di numerosissime prefazioni; come molti altri ex nazionalisti,
fu anche assertore dell’antiebraismo. Elaborò per
diversi anni la tesi di “Gesù diventato romano in
Roma”, riassumendo, nel 1928, i risultati delle sue fatiche
nel libro Cristo e Quirino; secondo questa tesi, simile
a quella seguita successivamente dall’Evola post Imperialismo
pagano, il cattolicesimo politico-religioso che si era insediato
a Roma era da considerarsi di gran lunga superiore al cristianesimo
primitivo sorto in Palestina. Ad un certo momento, Orano si scontrò
con Antonio Bruers, altro assertore della “romanità
cattolica” ma con altre sfumature. In un discorso alla Camera
dei Deputati nel maggio 1922, egli andò oltre il consueto
antimassonismo per condannare anche “la corrente spiritistica,
il falso spiritualismo” come nemici della latinità,
mentre Bruers difendeva in qualche modo la liceità di una
spiritualità non del tutto infeudata nell’ortodossia
cattolica38. Bruers asseriva
che il cristianesimo si era sostituito al paganesimo per un’intrinseca
superiorità morale; più che per le antiche religioni
greco-romane, egli si dichiarava preoccupato per il cosiddetto
“falso paganesimo” coltivato da Giosuè Carducci,
il quale si era permesso di affermare la superiorità del
paganesimo sul cristianesimo; ma la critica si scontrava con il
culto di Bruers per i versi paganeggianti e mistico-patriottici
di Gabriele D’Annunzio, già bersagliato dalla condanna
del Sant’Uffizio.
La campagna antimassonica del giornale «Roma Fascista», sospettato di aver incassato “fondi neri” provenienti dal Ministro Federzoni, non aveva nessuna pretesa di spessore intellettuale, dedicandosi alla delazione e all’esortazione alla violenza. D’altronde, tra i principali animatori dell’antimassonismo romano troviamo il segretario federale Italo Foschi, proveniente anche lui dal nazionalismo; fu visto tra la folla di facinorosi che diedero assalto alle sedi massoniche romane nel 1925.
Non sorprende più di tanto quella parte della campagna
antiesoterica ispirata direttamente da organismi cattolici: poteva
spiegarsi quasi come una funzione “istituzionale”.
Quello che invece spicca nel periodo fascista è il clericalismo,
ossia l’atteggiamento, principalmente da parte dei laici,
inteso a sostenere, eventualmente con un concreto impegno politico,
quello che essi interpretavano come il compito dei cattolici nella
vita pubblica. E a questo atteggiamento la pubblicistica cattolica
e in particolare quella dei gesuiti faceva naturalmente eco. In
quanto ai motivi della condanna della Massoneria citati nella
nota “inchiesta” condotta nel 1913 dal giornale nazionalista
«L’Idea Nazionale», coglie nel segno un anonimo
articolista di «La Civiltà Cattolica»: viene
osservato come, “cosa strana, uno solo, e laico, il prof.
F. Filomusi Guelfi, è il più esatto ed esplicito
nel dare le vere ragioni: “Niun principio etico e giuridico
può giustificare una società segreta come la Massoneria.
Essa è contraria alle Rivelazione, e contraddice alla Dottrina
Cristiana e alla Dottrina Cattolica che è la Religione
dei nostri antenati e della grandissima maggioranza degli italiani”.
Molti si avvicinano alla esattezza del Filomusi Guelfi. Tra gli
altri degno di nota è il prof. Alfredo Rocco (al presente
Ministro di Grazia e Giustizia)”39 .
Effettivamente, quando i laici si esprimevano in questo modo,
al clero rimaneva solo il compito di dare l’imprimatur
alle condanne già pronunciate da altri.
L’attacco antiesoterico di stampo politico-teologico non
proveniva solo dall’esterno, dagli ambienti cattolici e
nazionalisti, ma anche da persone all’interno dello stesso
esoterismo; così si ha il fenomeno di un Evola esoterista
ma contemporaneamente anche nemico dichiarato di alcuni aspetti
dell’esoterismo, nel nome di un suo personale “superfascismo”.
Si è già sottolineato il conservatorismo di Evola
e la sua estraneità alle linee guida del primo fascismo:
interventismo, irredentismo, sindacalismo, combattentismo 40.
Potrebbe sembrare paradossale parlare di “Evola antiesoterico”:
non era stato proprio lui uno dei protagonisti della cultura esoterica
in Italia? Ciò nonostante, nei lunghi anni tra il 1929
e il 1943, egli aveva contribuito non poco alla lotta del regime
fascista contro correnti e organizzazioni che in qualche modo
si richiamavano all’esoterismo. E non si trattava soltanto
di una presa di posizione di tipo intellettuale, ma era anche
politica, poiché si trattava di attiva collaborazione con
un regime che non esitava a mettere in atto la repressione poliziesca
contro i nemici, veri e pretesi tali.
Mentre le analisi di Evola su questioni di spiritualità,
in quanto si appellano alle grandi civiltà tradizionali,
costituiscono un contributo importante al pensiero italiano ed
europeo, non va trascurato il rovescio della medaglia; traspare
da esse anche un atteggiamento inquisitorio (intriso di quel pathos
che egli stesso condannava) nei confronti di tutto ciò
che egli riteneva “decadente”. Nemmeno l’interesse
per il taoismo e la dottrina tradizionale dei cicli cosmici riusciva
ad attenuare, con una visione più ampia, l’astio
evoliano nei confronti di personaggi e gruppi ritenuti “sovversivi”.
Dopo la fase creativa dell’idealismo magico e del Gruppo
di Ur, Evola si occupò sempre di più di politica,
ma dovette constatare che Imperialismo pagano aveva raccolto
scarse adesioni anche tra i “fascisti indipendenti”,
pubblico prescelto dell’opera 41.
Arrivò una pioggia di critiche al libro; le dure critiche
ed il tono polemico nei confronti del cristianesimo risultarono
controproducenti, ed allo scrittore trentenne, che lucidamente
ambiva a diventare un “maestro di pensiero” della
cultura fascista, si prospettava lo spettro della “stroncatura”
definitiva per la sua contiguità con gli ambienti esoterici,
in cui molti personaggi, compreso Reghini, erano stati messi al
bando per la loro affiliazione massonica. Lo scrittore fu accusato
di “satanismo”; il nome della rivista «Ur»,
fu definito da un informatore della scuola “complottista”
(evidentemente ignaro, tra le altre cose, dei fatto che la parola
Ur significa “origine”) come organo di una
congiura mondiale per la “Universal Republic”: “nome
esoterico della rivista del famigerato Evola 42.
Si può comunque ipotizzare che questo “spettro”
incidesse non poco sul passaggio di Evola dalla fase “pagana”
a quelle successive caratterizzate dalla rivalutazione di alcuni
aspetti dell’integralismo cattolico e del medioevo germanico,
dalla massonofobia ed infine dalla tesi della civiltà europea
assediata dalla congiura “demo-pluto-giudaica-massonica”,
da contrastare con un insidioso “razzismo dello spirito”.
Alla fine, nonostante la propria posizione poco ortodossa rispetto
agli insegnamenti della Chiesa 43,
egli finiva, in pratica, per condannare quasi tutte le correnti
e le organizzazioni che in Italia avevano cercato di proporre
una spiritualità diversa dall’ortodossia cattolica.
Evola, quindi, come il giobertiano Antonio Bruers, sosteneva una forma di cattolicesimo filo-esoterico e francamente eterodosso; mentre però lo scrittore dannunziano, nella lotta contro il “falso paganesimo”, riservava le sue ire per l’ormai defunto Carducci, Evola si impegnò in un attivismo più spiccatamente politico, con tutti i relativi risvolti repressivi, contro individui e movimenti con i quali aveva precedentemente intrattenuto anche rapporti di amicizia e di collaborazione.
L’intervento polemico in cui Evola invocava, sulle pagine
di «Roma fascista», il confino di polizia per Arturo
Reghini, destò scalpore all’epoca per il suo carattere
delatorio. E non si trattava solo di una polemica giornalistica
o di uno sfogo personale. L’accusa di affiliazione massonica
dopo lo scioglimento delle logge. comportava effettivamente il
rischio di un provvedimento di polizia per l’incolpato.
Per diversi anni, tuttavia, continuarono i contributi di Evola
alla rivista romana di cultura protestante «Bilychnis»,
oltre alle numerose conferenze svolte nel circolo di Piazza Nicosia
a Roma, organizzate dall’”eretico” Mario Puglisi,
redattore della rivista «Il Progresso Religioso»;
ciò nonostante, Evola si sarebbe distinto anche per la
sua “crociata” antiprotestante 44.
Queste contraddizioni si evidenziano in una delle prime fatiche di Evola rivolte all’analisi complessiva dell’esoterismo moderno: Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, che tra l’altro riprende certe tesi critiche di Guénon nei confronti dell’occultismo (o “teosofismo”) dell’epoca. Ma le dure critiche rivolte a Helena Petrovna Blavatsky ed al movimento teosofico si trovano in pieno contrasto con la dottrina, coltivata e diffusa dallo stesso Evola, dell’esistenza di antiche razze e continenti scomparsi, sconosciuti alla storiografia ufficiale; al di là dell’enigmatico riferimento di Platone ad Atlantide, la formulazione e la diffusione in Europa di questi concetti erano derivate quasi esclusivamente dall’autrice della Dottrina segreta, come ha ricordato anche Joscelyn Godwin.
Mussolini e «Gerarchia»
Per meglio capire le radici della campagna antiesoterica si impone un breve cenno alla questione, non ancora del tutto risolta dalla storiografia, della religiosità di Benito Mussolini. Mentre egli non professava il materialismo dialettico, i frequenti riferimenti allo “spirito” nei discorsi mussoliniani vanno comunque giudicati non tanto in base ad una religiosità di tipo devozionale, ma piuttosto in base alla duplice influenza marxista-nietzscheana, oltre alla giovanile diffidenza nei confronti della religione e della Chiesa cattolica (aveva tra l’altro scritto un saggio favorevole all’eretico boemo Giovanni Huss).
Nella recensione del libro Le religioni orientali nel paganesimo
romano, pubblicata nell’«Avanti!» del 6
settembre 1913 45, si trova
uno dei pochi giudizi specifici di Mussolini sulla religione pagana.
In questo articolo, egli professa un’ammirazione nietzscheana
per il mitraismo, ma allo stesso tempo anche un entusiasmo piuttosto
marxista per la rivolta degli schiavi. Concorda comunque con i
due pensatori nello scetticismo nei confronti del cristianesimo,
rifiutando l’ideale ascetico, considerato dai due filosofi
come il “rigetto della vita”. In merito a questo vitalismo,
non va dimenticato che in quello stesso periodo il Mussolini socialista
esortava i seguaci alla violenza più spietata quale strumento
di lotta politica.
Secondo De Felice, Mussolini, sino all’inizio degli anni
Trenta, avrebbe misurato la religione quasi esclusivamente in
rapporto al proprio potere politico 46.
Andrebbe detto, però, che lo storico tende ad accettare
i frequenti sfoghi di tenore anticlericale nelle conversazioni
private come conferma dell’agnosticismo di Mussolini. Secondo
un’altra ipotesi di segno opposto 47,
il riavvicinamento al cattolicesimo di Mussolini socialista ed
agnostico fu un vero e proprio processo di conversione, cominciato
già nel 1915 durante la convalescenza per le ferite riportate
in guerra.
È comunque certo che il fratello Arnaldo influì
non poco in questo senso. A differenza di Benito, Arnaldo Mussolini
(1885-1931) si era dichiarato credente “sin dall’infanzia”48
48. Postulava un’identità
pressoché assoluta tra cattolicesimo e fascismo fino al
punto di suscitare non poche perplessità negli ambienti
ecclesiastici, affermando che il giuramento fascista fosse l’atto
più sacro in assoluto dopo il Battesimo, la Cresima e l’Eucarestia49.
Gli insegnamenti della scuola di “mistica fascista”
vennero da lui ritenuti “perfettamente consoni alla dottrina
cattolica”50 . Arnaldo
Mussolini, autoproclamatosi “rivoluzionario”, condivideva
la massonofobia dei conservatori dell’ANI; il fascismo sarebbe
nato proprio con lo scopo di abbattere la Massoneria 51
, con buona pace alla numerosa schiera di “fratelli
camerati” del primo fascismo. Arnaldo condannava quello
che egli chiamava clericalismo, ma pensando ovviamente non tanto
alla gerarchia ecclesiastica filo-fascista quanto a Luigi Sturzo
ed ai reduci del Partito popolare, i quali, dopo la sostanziale
sconfitta dell’opposizione di sinistra, erano diventati
gli ultimi nemici da abbattere 52.
Oltre al peso politico insito nell’incarico di direttore
del «Popolo d’Italia» e della rete editoriale
del partito, Arnaldo godeva della massima stima e fiducia del
fratello Benito. Anche se non vi fu una completa sintonia intellettuale
tra i due sul tema della “mistica” clerico-fascista,
si può ipotizzare che Arnaldo avesse contribuito in maniera
meno palese a plasmare le vedute del fratello a tale proposito.
Comunque, è noto che, nelle pagine del «Popolo d’Italia»
egli contribuì in maniera non indifferente a creare il
clima favorevole alla realizzazione dei Patti lateranensi, esprimendo
più volte il proprio ossequio al cattolicesimo contestualmente
ad un acceso antimassonismo 53.
Lo stesso Benito Mussolini conferma l’amicizia tra il fratello
ed un altro artefice della Conciliazione, il gesuita Tacchi Venturi
54. Il destino volle che
Arnaldo scomparisse prima di vedere il tragico epilogo dell’alleanza
tra Vaticano e fascismo: quella parabola che avrebbe portato Benito
Mussolini dai fasti dell’“uomo della Provvidenza”,
osannato anche dalla gerarchia ecclesiastica, all’ignominia
della sbrigativa liquidazione da parte del cardinale Schuster
55 nell’incontro
di Milano dell’aprile del 1945.
Va osservato che la prima apertura mussoliniana nei confronti
della Chiesa fu carica di importanza simbolica. Dopo solo 30 giorni
a Palazzo Chigi, il nuovo Presidente del Consiglio richiamò
l’obbligatorietà del regolamento del 6 febbraio 1908
sull’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche 56
(norma emessa proprio dall’odiato Giovanni Giolitti, da
sempre bersagliato dalla polemica fascista), prima di avviare
una serie di colloqui con il Vaticano. In altri termini, era passato
ad una nuova fase politica con la disinvoltura che lo avrebbero
caratterizzato negli anni successivi.
Il concetto di esoterismo di per se stesso non faceva paura a
Mussolini, il quale esprimeva più volte la propria ammirazione
per Evola, definito come “uomo di profonda cultura esoterica”57
; ed era anche perfettamente
consapevole dei risvolti esoterici dell’ambiente dannunziano.
In ogni caso, è ormai noto che, oltre alla posizione ideologica
che prediligeva il modello conflittuale rispetto al concetto di
fratellanza, la massonofobia di Mussolini presentava un carattere
prevalentemente pragmatico, volto alla conquista del potere politico.
In quanto al contesto psicologico, va osservato che sin dai tempi
delle esperienze giovanili, incideva verosimilmente un certo astio
personale nei confronti della borghesia e quindi dell’estrazione
borghese e piccolo borghese di molti liberomuratori; come per
i comunisti, i massoni potevano essere visti in un certo modo
come “nemici di classe”.
Qualsiasi fossero i sentimenti personali di Mussolini riguardo
alle organizzazioni esoteriche e massoniche, ed ai singoli affiliati
- e nonostante l’influenza di tipo cattolico-integralista
esercitata da due persone per le quali egli nutriva grande stima,
cioè il fratello Arnaldo e il padre Tacchi Venturi - è
da ritenersi che all’inizio il suo atteggiamento fosse sostanzialmente
politico. Per esempio, al congresso socialista di Ancona del 1912,
egli si era servito abilmente dell’ordine del giorno antimassonico
in maniera di eliminare i propri rivali moderati all’interno
del partito. Ancora nel 1921 dichiarò: “Per me la
Massoneria è un enorme paravento dietro al quale generalmente
vi sono piccole cose e piccoli uomini”58 ,
quasi per sdrammatizzare i toni striduli dell’antimassonismo
cattolico. La repressione messa in atto tra il 1924 ed il 1925
aveva tre scopi politici ben precisi. Innanzi tutto, vi era la
fusione tra il PNF e l’Associazione nazionalista, un processo
il quale, nelle parole di Luigi Federzoni, Ministro dell’Interno
nel periodo tra il giugno 1924 e l’ottobre 1926, “non
era possibile senza la preventiva eliminazione della Massoneria
dall’organizzazione del fascismo. I dirigenti nazionalisti
posero tale assoluta condizione”. Inoltre, si doveva spianare
la strada ad un accordo con la Chiesa poiché Mussolini
si era “orientato alla difesa della pace religiosa in Italia
e al rispetto del Papa”59 ,
come se la situazione di tolleranza religiosa vigente dal compimento
dell’Unità nazionale costituisse un “dispetto”
al Vaticano. E vi era anche uno scopo di tipo più contingente
ma non per questo meno importante: l’eliminazione delle
ultime frange del fascismo dissidente come lo squadrismo di Luigi
Cappello, “fratello e camerata”, e dei vari elementi
della provincia recalcitranti alla disciplina del regime. Infine,
la composizione sociologica della Massoneria, con circa ventimila
iscritti tra professionisti, militari e funzionari statali rendeva
interessante la soppressione delle logge e la schedatura degli
affiliati per scopi squisitamente legati all’instaurazione
dello Stato autoritario e al controllo esercitato su una fascia
importante della popolazione.
Se l’antimassonismo di Mussolini era animato prevalentemente dall’istinto volto a cogliere le opportunità politiche per rafforzare il proprio potere, si può dire lo stesso per il suo atteggiamento nei confronti della religione cattolica?
Alcune indicazioni in merito ci vengono fornite nelle pagine
del mensile politico «Gerarchia», organo personale
del Duce, la cui direzione operativa, fino ai primi anni 30, era
affidata a Margherita Sarfatti. Nel primo fascismo vi furono al
riguardo dei segnali contraddittori. Scrivendo su «Gerarchia»
del mese di aprile 1923, Vilfredo Pareto dichiarò fieramente
che “la storia mostra sicuramente che vi è più
male da temere che bene da sperare da limitazioni della “libertà”
religiosa. Nuoce al sentimento religioso molto più il fanatismo
che la tolleranza. Giova che lo Stato rispetti ogni religione,
compresa quella che ha nome “libero pensiero”, e che
non tenti menomamente di imporne alcuna” 60.
Successivamente però la linea divenne ben diversa. Innanzi tutto, la rubrica “Cronache del pensiero religioso”, firmato con lo pseudonimo “Fermi” contiene dei passaggi che precedono di parecchio tempo quella linea, successivamente sostenuta in piena regola dal regime, secondo cui i massoni fossero da condannare per ragioni “teologiche” come nemici del cattolicesimo e quindi dello Stato. Ciò, nonostante che nella stessa rivista l’autore della rubrica Cronache del pensiero fîlosofico fosse Antonio Bruers, il quale nelle pagine di «Luce e Ombra» tentava la non facile e poco ortodossa conciliazione tra spiritismo e cattolicesimo.
Comunque, già nel 1923 il mensile mussoliniano non si
risparmiava negli attacchi di tipo religioso, confondendo il piano
politico e quello teologico. In un articolo delle Cronache
del pensiero religioso si spiegava come i massoni inglesi
“furono deisti in religione, razionalisti in filosofia,
ma soprattutto inglesi in politica. Conservatori in casa
propria, si acconciavano a esportare magari l’anarchia ed
il satanismo nella patria degli altri”61 61.
Per quanto possa sembrare fuori luogo in una rivista politica
l’accusa di satanismo, non si tratta di altro che del proseguimento
della linea di Pio IX, il quale, nel bollare la Massoneria come
“Sinagoga di Satana”, aveva fornito la giustificazione
dottrinale per le persecuzioni di sfondo politico-religioso del
Novecento intraprese nei paesi dell’Europa cattolica contro
le logge e le organizzazioni “di tipo massonico”.
Negli anni successivi la rubrica di Fermi avrebbe rappresentato
un’importante espressione della teoria del legame indissolubile
tra fascismo e cattolicesimo. Di fronte alle organizzazioni “di
tipo massonico” lo Stato doveva affermare la propria opposizione,
ma in via subordinata rispetto alla Chiesa cattolica.
Ogni collaborazione tra le due potenze andava vista in rapporto
ad una “Chiesa moralmente più alta, lo Stato materialmente
più forte”62.
In un altro “gioiello” delle Cronache, leggiamo
alcune considerazioni interessanti in cui si cerca di spiegare
come mai alcuni tra i migliori imperatori romani fossero stati
coinvolti nella persecuzione dei primi cristiani 63.
La guerra dei miti
La creazione di nuovi miti e la manipolazione di quelli esistenti
caratterizzavano tutto il percorso politico-culturale del fascismo
64 . Mentre il “mito
dell’uomo nuovo” e il culto personale di Mussolini
costituivano i tratti più noti e di carattere prettamente
politico, nel caso dei temi di Roma e di Dante, si denotano, invece,
anche dei risvolti più propriamente “esoterici”.
Non sarebbe possibile riassumere in poche righe l’importante argomento del mito di Roma utilizzato nella propaganda fascista. Tuttavia, si tratta del nocciolo della questione, tant’è che lo stesso concetto di romanità ed i sacri simboli dell’imperium, sfruttati in modo improprio dal fascismo, vennero indebitamente screditati agli occhi del mondo in seguito al triste epilogo politico-militare del regime mussoliniano.
Già nel 1921, Mussolini, pur esaltando l’eredità
romana, dichiarò alla Camera che l’unica idea universale
della Roma moderna fosse quella che emanava dal Vaticano6565.
Al dogma, avallato ufficialmente, dell’identità tra
universalità romana e quella cattolica, si oppose pubblicamente
Arturo Reghini, il quale condusse una battaglia quasi solitaria
in questo senso.
Scrivendo su «Gerarchia», Antonio Bruers affermò
che furono i barbari, e non i cristiani, i nemici dell’Impero:
“Lasciamo dunque stare l’anti-romanità del
Cattolicesimo. L’Impero Romano cadde per esaurimento storico,
fato comune a tutte le cose mortali. Il Cristianesimo, respinto
dai suoi paesi natali, assunse universalità secolare in
Roma e raccolse e perpetuò sotto altra forma e spirito
la romanità, cioè la missione universale.”
La Chiesa aveva avversato l’unità nazionale? Un mero
incidente di percorso66.
Le contestazioni di Reghini sull’opportunità di
distinguere tra romanità e cristianesimo, nonostante si
trattasse di una posizione apparentemente minoritaria, non passarono
inosservate. La dura condanna pronunciata da Fermi67
nei confronti del pensiero di Reghini fu scritta come risposta
al suo articolo L’universalità romana equella
cattolica apparso nel 1924 su una rivista di sponda opposta,
«La Vita Italiana» diretta da Giovanni Preziosi. Insieme
a diverse considerazioni di tipo storico e dottrinale, Reghini
coglie nel segno quando fa riferimento alla sostanza politica:
“Questa identificazione dell’universalità romana
con quella cattolica, che è patrocinata dal partito nazionalista,
ed è affermata dai gesuiti, costituisce un errore di fatto;
e quindi una politica che identifichi e subordini gl’interessi
della romanità a quelli vaticani poggia sul falso, ed è
necessariamente dannosa alla vera universalità, quella
concepita da Giulio Cesare, da Augusto, da Dante”68 .
Fermi invece sostiene che “sotto l’egida della chiesa,
la civiltà classica salvava la propria unità e spiegava
la sua influenza sopra altre genti”. Il cristianesimo, prosegue,
“nella sua forma cattolica, assorbì greci e barbari
e li tenne uniti per quasi mille anni, senza rinunciare neanche
oggi al suo gran sogno...”. Dopo questa apologia, Fermi
prosegue denunciando Massoneria, protestantesimo e la tesi del
Dante iniziato. Si conclude con una vera e propria filippica contro
l’occultismo e l’esoterismo dell’epoca, respingendo
le alternative al cattolicesimo. I libri sacri dell’oriente
o sono semplicemente mistici o sono moralisti: “l’asiatismo
importatoci da A. Besant, Schuré, Steiner, che è
troppo fantastico per essere una scienza, troppo vaporoso per
essere una fede”.
Basti per ora la constatazione che la “romanità fascista” si occupava molto di rievocazioni tendenti a rafforzare specifiche iniziative di politica estera (ad esempio, l’invasione dell’Etiopia proposta come compimento del ruolo imperiale dell’Italia, e “Malta baluardo di romanità”, come voleva una canzone dell’epoca). Al di là di questo e delle rievocazioni iconografiche ed architettoniche, si dimenticavano troppo spesso non solo i principi fondamentali della Roma antica - come per esempio virtus, libertas e concordia - ma anche il concetto di romanità rinnovatosi prima e durante il Risorgimento e mirato al consolidamento dell’Italia come nazione protagonista sulla scena europea. Certi aspetti della politica interna del fascismo - il culto del capo, l’instaurazione di un regime di polizia seppure “moderato”, e l’abbandono della linea cavouriana della separazione tra Chiesa e Stato rappresentavano, comunque, un distacco talmente netto dalla linea risorgimentale da richiedere un altro tipo di legittimazione storica, anche se spuria. La Terza Italia e la Terza Roma evocate dal fascismo non erano ormai quelle agognate da Mazzini e da Garibaldi; anzi, si cercava di emarginare la corrente mazziniana, la cui eredità poteva apparire sospetta non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello religioso, vista l’affiliazione del Genovese alla Carboneria ed il suo cristianesimo molto controcorrente. Il regime fascista arrivò anche alla conferma simbolica di tale distacco, con la soppressione della festività del 20 settembre, la data in cui l’Italia aveva riacquistato la propria capitale storica, ormai impropriamente bollata come “festività massonica”.
Il concetto di romanità si confondeva con quella della
“romanità cattolica”, del Cristo “erede
di Quirino”, come suggeriva Orano. Anche il prestigioso
Istituto per gli Studi Romani, sovvenzionato dall’amministrazione
comunale di Roma e dal Ministero della Cultura Popolare, ebbe
un ruolo importante in questo senso, relegando la Roma antica
ad una sfera prevalentemente archeologica e commemorativa. Evola,
pur dimostrandosi non indifferente alla questione della tradizione
romana e alla sua relegazione nella sfera archeologica 69,
non poté offrire contributi utili a questo proposito, essendo
la sua visione troppa deviata dalla drastica contrapposizione
bachofeniana tra le tradizioni matriarcali e quelle patriarcali,
che lo portò persino a denigrare il ruolo dell’Etruria
nella spiritualità romana 70
.
Anche Dante fu “arruolato” nelle file clerico-fasciste
durante il ventennio. In quanto ai Patti lateranensi del 1929,
si affermava che “la voce di Dante Alighieri, lo indicò
già, nel lontano Trecento, come la via sovrana per la regolamentazione
dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato” 71 .
Non sorprende più di tanto questa affermazione del 1939
da parte di p. Agostino Gemelli, noto protagonista della cultura
cattolica, né la sua dimenticanza del Dante eretico, della
maledizione rivolta a Costantino, e della sua Monarchia,
fatta ardere dal boia su ordini del papa. Viene da chiedersi piuttosto
perché Benito Mussolini volle occuparsi non solo del Dante
poeta nazionale, ma proprio del “Dante esoterico”.
I nuovi miti ebbero un sapore antico, come quello di Dante esoterico.
Così si intitola il primo di una serie di articoli di Fermi,
uscito nel mese di marzo 1924 72;
e questa volta l’articolo appare non nella rubrica Cronache
del pensiero religioso, stampata in caratteri piccoli, ma
nel corpo stesso della rivista. In apertura, l’autore
rende omaggio ad un grande dantista del secolo precedente, Michelangelo
Caetani, e all’insigne Luigi Valli, di cui era stato da
poco pubblicato Il segreto della Croce e dell’Aquila
nella Divina Commedia; lo definisce libro geniale, e prosegue:
“Rimando ad esso chi aspira ad iniziarsi”. Indubbiamente
l’opera aveva suscitato l’interesse del mondo della
cultura; per la sua formazione giornalistica - oltre al fiuto
nel capire le esigenze politiche del momento - Mussolini non poté
rimanere indifferente. Quello che ci sembra interessante è
piuttosto il tono del titolo e dell’apertura, gli insoliti
riferimenti all’esoterico, all’iniziazione. Si trattava
forse di un tentativo da parte del regime di acquisire simpatie
di ambienti esoterici o presunti tali?
Effettivamente, almeno dai tempi di Dante Gabriele Rossetti,
l’Alighieri veniva considerato non solo come figura letteraria
ma anche come personaggio di grande spessore spirituale, tematica,
questa, abilmente ripresa da Luigi Valli. Bisogna anche tenere
conto della terminologia; all’epoca la parola “iniziato”
evocava non solo l’esoterismo in generale ma anche la Massoneria;
già dal secolo precedente vi era la “diffusa tendenza
a spacciare Dante come “grande iniziato” e forse persino
“cavaliere Kadosch”73 73.
Comunque, l’idea del “Dante esoterico” circolava
negli ambienti del primo fascismo, anche in relazione alle aspettative
di cambiamenti epocali che si eran diffuse in ogni ambito sociale
dopo la fine della guerra nel 1915-1918; nel marzo 1923 Giovanni
Giuriati, uno dei protagonisti dell’impresa fiumana, fascista
della prima ora, e probabilmente iscritto alla Massoneria 74,
aveva scritto a Mussolini affermando la sua “fede fermissima
che tu sia il Veltro vaticinato da Dante”75 .
In ogni caso, questo approccio misticheggiante era destinato ad avere vita breve, e nel corso degli anni trenta la “fabbrica del consenso” rivolse la propria attenzione a temi meno elitari, più “virili” o comunque guerreschi, preferendo non spingersi troppo oltre nello sfruttamento di un personaggio di levatura soprattutto spirituale (anche se non certo pacifista) come Dante Alighieri.
La cultura ufficiale: dall’Enciclopedia Italiana al Dizionario di politica
La tendenziale intransigenza cattolicheggiante della pubblicistica
di regime viene alquanto attenuata o comunque resa meno palese
nell’espressione “ufficiale” dell’Enciclopedia
Italiana, la quale riusciva a mantenere almeno una parvenza
di dignità intellettuale, ospitando qualche contributo
non del tutto “allineato”. La stesura della voce “spiritismo”
fu affidata ad Emilio Servadio, psicologo e membro del Gruppo
di Ur, e quella di “teosofia” a Vittorino Vezzani,
storico attivista degli ambienti teosofici; essi erano entrambi
esperti nei rispettivi campi, e affrontarono con garbo argomenti
non graditi all’intransigentismo cattolico ed agli esponenti
della tesi del “pericolo ebraico-massonico” stile
Preziosi76. Secondo l’anonimo
autore della voce “occultismo”, “l’occultista
crede nell’esistenza di ‘enti’ e ‘forze’
non sperimentabili sul piano normale e empirico di sensibilità
e consapevolezza”, ma conoscibili attraverso determinate
pratiche. Si afferma anche l’errore di associare occultismo
e magia77 77. Sulla Massoneria
invece le esigenze della politica ebbero la precedenza su quelle
storiografiche. Nella relativa voce della Treccani si sostiene
la tesi fascista (e cattolica) della Massoneria come “istituto
anacronistico e ambiguo”, opportunamente messo fuori legge
dal regime. Ciò nonostante, l’autore, Alberto
Maria Ghisalberti, sosteneva che, contrariamente alla tesi della
congiura internazionale ebraico-massonica coltivata da Evola e
Preziosi, il preteso internazionalismo massonico si era in realtà
dissolto durante la Grande Guerra per seguire le correnti nazionalistiche
dei singoli paesi78. In questo articolo, e ancora di più
sotto la voce “Massoneria” del Dizionario di politica
a cura del PNF, si riafferma comunque la posizione di Alessandro
Luzio, lo storico antimassonico che si sforzò di dimostrare
- contrariamente alla precedente storiografia di derivazione risorgimentale
- che la Massoneria non avrebbe avuto praticamente nessun ruolo
di rilievo nel processo di unificazione nazionale79.
È comunque noto, nell’ambito degli studi storici
promossi dallo stesso Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
che mentre Giovanni Gentile riuscì ad inserire come collaboratori
alcuni intellettuali antifascisti, egli doveva affrontare un continuo
braccio di ferro sulle pretese di censura esercitate dalla Chiesa.
Però collaborarono non solo antifascisti, ma anche personaggi
degli ambienti esoterici, tra cui Evola80.
Nel caso del Grande Dizionario Enciclopedico dell’U.TE.T., il frate Giovanni Polestra, a cui abbiamo già accennato, affronta invece le voci “spiritismo”, “teosofia” e “antroposofia” da un punto di vista nettamente ostile: l’esoterismo viene fatto risalire al paganesimo, e avrebbe guadagnato consensi nel mondo moderno grazie anche agli “errori” del modernismo.
Anche il Dizionario di politica divenne un veicolo per
una condanna di stampo teologico rivolta al paganesimo. Commentando
la fine del paganesimo, si sottolinea la natura maggiormente egualitaria
del cristianesimo, ossia quell’aspetto criticato non solo
da Reghini e dal primo Evola ma anche dai fautori della “romanità
cattolica” come Orano. Il paganesimo, recita l’articolo,
aveva compiuto la sua missione, non avendo ancora chiara la distinzione
tra spirito e materia, e dovette fare i conti con la nuova religione
che apriva “orizzonti di fede, di pace e di speranza”
ai ricchi e ai poveri, ai liberi come agli schiavi, “tutti
uguali davanti a Dio” 81.
Secondo la definizione dello storico D. Cantimori, il “neopaganesimo”
era il ritorno alle religioni precristiane come, ad esempio, il
buddismo; si identificava nell’epoca moderna con l'iirrazionale
e il ritorno alla natura, trovando il massimo rappresentante letterario
in D’Annunzio. Anche l'istituzione dei Giochi olimpici in
epoca moderna da parte del barone De Coubertin fu stigmatizzata
come manifestazione di neopaganesimo, insieme al “movimento
verso il buddismo e altre religioni non europee” specialmente
nel mondo anglosassone82.
Firenze: i convertiti e “L’Universale”
Negli anni subito prima della Grande Guerra si era creato a Firenze
un singolare gruppo umano, informale ma compatto. Nell’avanguardia
fiorentina gli interessi spaziavano dall’arte alla letteratura,
dalla politica all’esoterismo; un gruppo umano che leggeva
e animava le stesse riviste («La Voce», «Leonardo»),
si lasciava andare in discussioni concitate al caffè delle
Giubbe Rosse, andava a sentire le conferenze alla Biblioteca Filosofica
e frequentava le mostre futuriste. Il futurismo fiorentino si
distingueva, infatti, da quello “nordico” - cioè
milanese - anche per una consistente vena esoterica83.
Con la fine della Grande Guerra, per le grandi trasformazioni in atto e la partenza di Arturo Reghini e Amedeo Armentano, già animatori della “corrente esoterica”, gli ambienti dell’avanguardia fiorentina si erano irrimediabilmente trasformati. Il vecchio fermento creativo era regredito in un rigurgito di vecchie faziosità: laici e clericali, massoni della due obbedienze, fascisti e antifascisti si scontravano tra loro.
Nel corso delle violenze antimassoniche scatenate in Toscana
nel 1925, gli elementi più irruenti tra i fascisti regolavano
i conti politici - ma anche personali - con il pretesto della
lotta “antisettaria”. Qui, come a Roma, prevalse la
linea filoclericale tra gli eredi del nazionalismo corradiniano,
caratterizzata anche da crescenti tendenze antiebraiche84.
La Biblioteca Filosofica fondata da Reghini, dopo una fase di gestione da parte del cattolico Arrigo Levasti, fu commissariata dal prefetto: nel 1928, venne nominato commissario Balbino Giuliano, il deputato fascista di estrazione nazionalista, un’ulteriore conferma dell’egemonia culturale degli ex nazionalisti.
La Firenze dei “cenacoli” conservava in ogni caso
un certo “alone esoterico”, anche se, secondo un anonimo
informatore, il testimone sembrava essere passato alla Biblioteca
filosofica romana di Piazza Nicosia, “vecchio covo teosofico
massonico” dove Evola era tra i più assidui conferenzieri.
Invece la vecchia Biblioteca Filosofica fiorentina, già
animata da Giovanni Amendola e Arturo Reghini, era ormai stata
“fascistizzata”. A parte Luisa Gamberini, figura storica
del movimento teosofico sulle rive dell’Arno, l’ambiente
esoterico - o comunque mistico - si sarebbe caratterizzato ormai
per “gente di tinta guelfa” tra cui anche qualche
esponente del clero85.
Mario Manlio Rossi, conoscitore dell’ambiente fiorentino
e scrittore su «Atanòr» prima di rinnegare
gli “errori giovanili” della collaborazione con quel
“diabolico” esoterismo, divide gli occultisti tra
“maghi” e “teosofi”. Il suo pentimento
coincide a perfezione sia con la Conciliazione (il suo libro “antimagico”
uscì nel 1929), sia con il processo di “conversione”
al cattolicesimo verificatosi tra alcuni degli ex protagonisti
dell’avanguardia fiorentina 86.
Mentre Giovanni Papini non era mai stato un personaggio “esoterico”
in senso stretto, il suo impegno nella rivista «Leonardo»
e l’amicizia con il pitagorico Reghini, lo avevano collocato,
per un certo tempo, al di fuori del conformismo culturale. Ma
nel primo dopoguerra anche lui ebbe dei “ripensamenti”,
seppure, a differenza di M.M. Rossi, ben prima dell’avvento
del fascismo87; alla vigilia
del Concordato, infatti, veniva ormai annoverato tra gli scrittori
cattolici88. A Firenze
era attivo anche un altro “convertito”, Domenico Giuliotti,
che evocava addirittura il ritorno dell’Inquisizione (anche
se per Mussolini la sua poesia “nulla ha di reazionario”89)).
Non sorprende, pertanto, il diffondersi di atteggiamenti tendenziosi
nei confronti dei rapporti tra cattolicesimo ed esoterismo. Oltre
all’influenza dei “complottisti” stile Benigni
e Preziosi, possiamo citare una delle riviste fasciste con pretese
“eretiche”: «L’Universale» di Berto
Ricci. Ricci riunì intorno a sé un gruppo eterogeneo
di letterati e artisti della Firenze degli anni Trenta, tra cui
Rosai, Perrone, Tinti, Garrone e Brocchi. Per il Ricci giornalista,
fece da maestro Arnaldo Mussolini90. Vi fu anche Alberto Luchini,
animatore dell’Istituto di Cultura Fascista e protagonista
del razzismo dopo il 1938. Troviamo interventi saltuari ma significativi
di Alfonso Del Guercio, il quale, nell’immediato dopoguerra,
avrebbe avuto un ruolo di rilievo nelle organizzazioni kremmerziane.
Egli figura tra i firmatari del Manifesto realista91,
un documento nel quale si denunciavano, con spirito spengleriano,
i mali della civiltà occidentale vista ormai come vittima
del materialismo più ottuso. Il declino colpiva non solo
l’economia (abusi del capitalismo) e la politica (nazionalismo
al servizio di interessi economici) ma anche la religione. Il
Manifesto denunciava la decadenza del cristianesimo,
il quale, spesso ridotto a forme di superstizione e di bigottismo,
si era allontanato dai precetti originari di carità. Allo
stesso tempo però si lamentava “il palese prevalere
quasi dappertutto del potere pratico e spirituale dello Stato
sul potere pratico e spirituale della Chiesa di Roma”; lo
Stato, insomma, secondo gli autori, non doveva assolutamente prevalere
sulla Chiesa, con buona pace dei principi dell’Italia risorgimentale.
In linea con i sostenitori della tesi della “romanità
cattolica”, il cattolicesimo viene definito come fusione
tra paganesimo mediterraneo e cristianesimo, “condizione
certa e costante della storia italiana, col risultato di contemperare
i due elementi fino a che una più alta forma non li riassuma”.
Questa posizione apparentemente poco ortodossa sulle origini “pagane”
del cattolicesimo consentiva una alquanto dubbia scissione tra
gli elementi “ebraici” e quelli “romani”
del cattolicesimo, e veniva comunque ampiamente compensata dall’affermazione
della tesi guelfa del predominio della Chiesa sullo Stato.
In un suo articolo92, Del Guercio denunciò la decadenza
della Chiesa, condizione che avrebbe aperto le porte all’occultismo,
visto come fenomeno prevalentemente negativo, e naturalmente anch’esso
“decadente”: a suo dire imperversava una “crescente
tendenza spiritualista (spiritualismo inferiore, che raccoglie
tutti questi sviluppi, pseudoreligiosi o no, che vanno sotto il
nome di teosofismo, di spiritismo, di Scienze Occulte ecc.) per
me nella maggior parte delle sue manifestazioni decadenti”.
Egli afferma che il clero farebbe bene a investigare i “fenomeni
occulti” ma senza limitarsi ai “tavoli che ballano”.
In un trasparente richiamo al “decadente” esoterismo
francese di fine Ottocento, Del Guercio scrive: “È
curioso notare che in vari casi, specialmente al principio del
movimento spiritualista (iniziatosi sotto l’aspetto moderno,
nel pieno periodo positivo-materialista), coloro i quali ne erano
gli esponenti rappresentativi tenevano a dichiararsi più
cattolici e cristiani della stessa Chiesa”. Se è
vero che gli esoteristi fossero ritenuti, come sembra, delle “pecorelle
smarrite” bisognosi di conversione, la soluzione che si
impone alla decadenza sarebbe non tanto una riforma dell’occultismo
quanto un rafforzamento del cattolicesimo. In fin dei conti, quindi,
per Del Guercio va rafforzata la fede. Il bisogno religioso va
vissuto come conquista e non passivamente, come semplice freno
alle passioni umane. In ossequio al ribellismo avanguardista della
rivista, l’autore ammette che ci sarebbero dogmi della Chiesa
non accettabili “sotto l’attuale forma”, e respinge
“le inframmettenze politiche ecclesiastiche”, distinguendo
però tra religione e “l’aspetto attuale del
‘corpus’ religioso”.
In fin dei conti, Del Guercio avrebbe voluto traghettare verso la Chiesa le “pecorelle smarrite” dell’occultismo. Non è chiaro se egli abbia fatto qualcosa di concreto in questo senso, e manca la spiegazione su come dovrebbe avvenire un nuovo risveglio fideistico di tipo “solare”; egli si limita a dichiararsi in disaccordo con l’ammirazione di Berto Ricci per la via francescana.
Non si trattava, però, di una semplice esercitazione letteraria:
negli anni Quaranta, tutti questi fermenti si concretizzarono
in un vero e proprio tentativo di deviare l’esoterismo italiano
in senso razzista. Dopo l’esperienza della rivista «L’Universale»,
Luchini e Del Guercio mantennero evidentemente i contatti. Negli
anni Trenta, Luchini si dedicò assiduamente alla politica
razzista, seguendo una via parallela a quella di Evola nell’avvicinamento
al nazionalsocialismo, inserendosi anche nelle nuove organizzazioni
del regime create allo scopo di promuovere il razzismo: nel 1941,
venne infatti nominato Capo dell’Ufficio Studi e Propaganda
sulla Razza del Ministero della Cultura Popolare93.
In una lettera inedita, indirizza a Del Guercio su carta intestata
del Ministero, Luchini si dichiara convinto che fossero “maturi
i tempi per la costituzione di un fronte unico spiritualista-razzista
italiano”94. In una
evidente risposta ad un quesito posto dallo stesso Del Guercio,
Luchini scrive: “Per le ricerche che ti interessano, relative
a Kremmerz, bisognerà che, in autunno, tu trovi il modo
di venire a Roma”. Scrivendo a Giuseppe Della Gherardesca,
Luchini si dichiara inoltre esecutore di “direttive precise”
volte a “istituire i collegamenti più stretti con
tutte le persone, i gruppi, i centri, i quali, in Italia, comunque
e dovunque, si occupano con serietà di razzismo”,
allo scopo di trovare una soluzione al “problema giudaico-massonico”95.
Questi inquietanti piani orditi nei palazzi del potere e volti a deviare l’esoterismo italiano nella direzione del razzismo promosso dal regime - verosimilmente nella direzione del “razzismo dello spirito” evoliano - lasciano intendere che, al di là della semplice repressione poliziesca, operassero intelligenze raffinate ma pur sempre prevaricanti. Si era pensato forse di asservire la corrente ermetica kremmerziana al clerico-fascismo di stampo razzista? Ma un tale progetto sarebbe fallito per motivi di incompatibilità. Una ipotesi più probabile e quella secondo cui Del Guercio, nel tentativo di ricondurre le “pecorelle smarrite” dell’esoterismo verso il cattolicesimo, avrebbe visto nella Schola Hermetica un serio ostacolo a questi propositi.
Evola, Preziosi e “La Vita Italiana”
Dopo la rottura con Arturo Reghini, l’opera di Evola proseguì
su un doppio binario - politico ed esoterico - con numerosi punti
di incrocio. Si trattava, però, di un binario il cui corso,
nel tempo, si sarebbe deviato sempre di più verso la preoccupazione
per la “congiura ebraico-massonica”, in merito alla
quale egli condivideva molti temi con il “politologo”
Preziosi e il “teologo” Benigni96.
Solo che nel caso di Evola la “congiura” poteva essere
debellata rafforzando la “razza ario-romana” (cioè
l’etnia nordica: la parola “romana”, per lo
scrittore, non evocava che uno scarso collegamento con gli Italiani
odierni).
Evola costituisce l’anello di congiunzione tra una componente
dell’esoterismo italiano e personaggi affini in Germania,
accomunati da una interpretazione quasi mistica della teoria della
razza “ariana” (dove di solito per “ariano”
si intendeva germanico), la nostalgia per una cavalleria medievale
cattolica e nel contempo iniziatica, forse più ideale che
reale; bisogna comunque dire che questi “conservatori”
non si entusiasmarono mai per un certo wotanismo. In un articolo97
del 1932 su Erich Ludendorff, Evola dimostra una grande dimestichezza
con le teorie del generale tedesco, da sempre vicino al movimento
nazionalsocialista. Incoraggiato dalla moglie Mathilde von Kemnitz,
Ludendorff si era scagliato controogni tipo di
Massoneria, teosofia e antroposofia, considerate come fonti di
sovversione 98. Secondo
Ludendorff, anche i gesuiti, insieme ai massoni e agli ebrei,
erano da considerarsi come nemici della Germania e dell’umanità
intera. Commentando il libro di Ludendorff Weltkrieg droht!contenente
profezie su una nuova guerra europea, Evola concorda sostanzialmente
con l’ex generale nel credere che la Massoneria politicamente
impegnata a sinistra costituisse la principale forza sovversiva
in Europa, pur esprimendo qualche dubbio sul fatto che il Grande
Oriente di Parigi - l’ossessione di Ludendorff e di Preziosi
- fosse veramente nelle mani di “ebrei iniziati”:
l’antisemitismo tedesco gli era sembrato “volgare
e limitato”. Dissentiva però dalla tesi del generale
secondo cui il fascismo aveva liberato l’Italia dalla sottomissione
al Grande Oriente francese solo per consegnarla alla Chiesa ed
ai gesuiti; questa parte della tesi complottistica è definita
una “fantasia”. Dal momento in cui le affinità
di Evola con il pensiero germanico del periodo erano soprattutto
con la corrente del conservatorismo cattolico nostalgico degli
Asburgo, l’antigesuitismo era quindi da respingersi con
forza.
Dopo il consolidamento del nazionalsocialismo, l’elaborazione della tesi della “razza dello spirito” e la collaborazione culturale tra Evola e Heinrich Himmler nella forma di una serie di conferenze su argomenti politico-esoterici per un pubblico scelto, si accentuano ulteriormente le contraddizioni della sintesi evoliana, la quale, nell’arco soprattutto degli anni tra il 1937 e il 1944, volle conciliare l’inconciliabile, non solo per quanto riguarda gli aspetti già noti (come, ad esempio, il nazionalsocialismo, da una parte, e il cattolicesimo “tradizionalista” dall’altra), ma anche per il paradosso di fondo segnalato in queste pagine e meritevole di ulteriore approfondimenti. Evola, da sostenitore del regime fascista nella campagna contro quelle manifestazioni dell’esoterismo a lui invise, poté successivamente operare, seppur indirettamente, su scala europea, fornendo un sostegno dottrinale alla repressione ben più pesante esercitata dal regime tedesco, in patria e nei Paesi occupati.
Questi tentativi di Evola coincidono inoltre con il progetto dell’“evoliano” Alberto Luchini di dare un indirizzo razzista all’esoterismo italiano.
Giovanni Preziosi, uno dei più noti fautori della campagna
antiebraica in Italia, ebbe anche lui un ruolo nella denuncia
della “congiura” esoterica. L’organo da lui
diretto, «La Vita Italiana», pubblicò numerosissimi
articoli antimassonici nell’ambito della teoria, coltivata
dall’ex sacerdote campano, secondo cui gli avvenimenti della
storia sarebbero stati mossi da un vasto complotto definito “ebraico-massonico-bolscevico”.
Mentre nella teoria di Preziosi primeggia l’accusa di tipo
politico contro un internazionalismo massonico, attribuendone
la guida al Grande Oriente parigino, visto come nemico degli Stati
nazionali, viene spesso sollevata su tali pagine anche la questione
religiosa. Non mancano inoltre le condanne specifiche contro l’esoterismo,
sulle linee già tracciate da Umberto Benigni. Innanzi tutto,
il movimento teosofico avrebbe mirato “essenzialmente allo
scardinamento dei principi della religione cristiana”. Questa
“alleata naturale della massoneria” aveva come bersaglio
niente meno che la “civiltà europea”. I teosofi
della Besant volevano rappresentare come nuovo salvatore l’Indiano
Krisnamurti, al quale “s’inchina una folta schiera
di infrolliti intellettuali europei”. Si afferma che la
teosofia (e qui si parla di quella”morbida” della
Besant, non quella originaria della Blavatsky, maggiormente critica
nei confronti del cristianesimo) è in “aperta contraddizione”
con il cristianesimo per la dottrina della reincarnazione, il
fatto di negare la “trascendenza del potere divino”
e “i misteri della grazia e della misericordia”. Dopo
la critica teologica, si passa a quella politica. Il teosofismo
aizzerebbe alla ribellione il proletariato, la donna ed i giovani;
predicando la libertà, spianerebbe la strada al bolscevismo.
Il “besantismo di sinistra” combatteva non solo per
l’indipendenza indiana ma anche per lo “sgretolamento
e la conquista del l’Occidente”99.
Ma le ire della rivista sono rivolte principalmente contro la
Massoneria. Essa “deriva da fonte ebraica, è diretta
dall’internazionale giudaica e, lavorando per l’Internazionalismo,
lavora ad esclusivo vantaggio del popolo ebreo”, dei “crocifissori
del Cristo”. Dopo questa condanna teologica, si ribadisce
la necessità dell’azione politica: “Come si
vede il problema della legittimità della setta viene così
ad assumere capitale importanza, poiché, precisate e chiarite
le cause che la muovono ed il fine a cui tende, pienamente si
comprende come Chiesa e Stato debbano trovarsi di fronte ad essa
in pieno diritto di legittima difesa”100.
Anche l’occultismo è antifascista, lo conferma la
rubrica Le Potenze Occulte del 1939: “Per ora chiarisco
i rapporti che intercorrono tra magia, satanismo e massoneria.
Dalla massoneria all’ebraismo, il passo è breve.
Dall’ebraismo all’antifascismo, il passo è
brevissimo: sono sezioni di una sola associazione”. Si prende
di mira anche l’Ordine di Misraim, che fa parte della Massoneria
esoterica101.
Infine, va ricordato l’antigesuitismo di Preziosi, tendenza che egli condivide con Umberto Benigni da una parte e la stessa Blavatsky dall’altra (ma non con Evola, come abbiamo visto).
Anche il “democratico” Romolo Murri, personaggio
di spicco nel cattolicesimo politico e fondatore della Democrazia
cristiana, condivideva in qualche misura le idee di Preziosi:
a suo giudizio esisteva una “congiura universale”
bolscevica e massonica, ed inoltre accusava i gesuiti de «La
Civiltà Cattolica» di filomassonismo102.
Nonostante la tesi dell’apostasia avanzata in relazione
alla scomunica di Preziosi, non traspare un intimo allontanamento
dal cattolicesimo; anzi, si denota una sostanziale identità
tra le posizioni del pubblicista e quelle “anti-settarie”
evidenziate negli esponenti cattolici più in vista durante
il periodo fascista, dalla corrente più intransigente a
quella apparentemente moderata del democratico cristiano Murri.
La rivista di Preziosi non mancò di ospitare un contributo
politico-teologico di p. Giuseppe De Luca nel quadro della stroncatura
di Giovanni Gentile, in seguito alle critiche rivolte dal filosofo
nei confronti del progetto della Conciliazione quando era ormai
in fase di consolidamento 103.
Evola e Preziosi non furono comunque gli unici ad esprimere la
natura spesso contraddittoria del “complottismo”.
Anche Roberto Farinacci, il loro referente politico oltreché
editore (negli anni Trenta, sia il «Diorama» evoliano,
sia «La Vita Italiana» venivano pubblicati da «Il
Regime Fascista», organo del gerarca cremonese) si lascia
andare nell’esprimere critiche politico-teologiche; perciò
egli, da ex massone, anticlericale e filonazista, critica l’appoggio
dell’«Osservatore Romano» nei confronti del
governo cecoslovacco, definito “espressione genuina del
paganesimo massonico”104.
La repressione: “fratelli”, maghi e teosofi
Durante il regime, i pesanti interventi “culturali”
degli informatori della polizia politica erano soliti stigmatizzare
ogni critica all’ortodossia cattolica. Secondo una nota,
i romanzi di Dimitri Mereskowski su Giuliano l’Apostata
e Leonardo Da Vinci “distillavano il più sottile
veleno “pagano” contro il cristianesimo”, e
lo scrittore belga Maurice Maeterlinck veniva liquidato come massone
e “fervente occultista”. Questi autori, insieme alle
sette protestanti e ai sufi mussulmani, comunque, sarebbero stati
tutti al servizio dell’”intrigo ebreo, massonico,
antifascista”105.
I libri, già citati, di Baronci e di M.M Rossi, riportano
le argomentazioni antiesoteriche nel periodo della repressione.
Il cattolico Baronci non ha dubbi sulla genealogia dell’esoterismo:
esso deriva in primo luogo dalla “eresia luterana”106
e, successivamente (seguendo l’Abbé Barruel) egli
si punta il dito contro il bavarese Adam Weishaupt. Costui, che
“era stato gesuita”, era il fondatore dell’Ordine
degli Illuminati, “una caricatura della Compagnia di Gesù”;
e da questi illuminati sarebbe nato il filone massonico ed esoterico
che doveva perseguire la missione di abbattere non solo la Chiesa
cattolica ma anche tutti i governi. Ma non è tutto: l’illuminismo
avrebbe partorito anche il modernismo tanto avversato da Pio X
agli inizi del secolo107.
Secondo lo scrittore, spiritismo e spiritualismo, reincarnazione
e teosofia, laicismo ed esoterismo cristiano non erano che tappe
nella guerra contro la dottrina cattolica, portata avanti in tempi
recenti soprattutto dalla “rinascita massonica”108.
Vi è una particolare attenzione (negativa) nei confronti
del martinismo e della Massoneria esoterica 109.
Dopo la requisitoria teologica, si passa a quella politica. In
ossequio alla posizione intransigente ed antimodernista del gruppo
di Benigni, Baronci afferma che un cristiano non può essere
democratico, e approva l’opera del regime fascista, caratterizzato
da “virile realismo nazionale”, augurandosi che, di
fronte alle “risuscitate magie orientali come delle triste
ideologie nordiche”, “l’Italia resti scettica
e restia”110.
La conclusione dell’opera è in pieno stile totalitario:
“incrinare l’armonia delle coscienze” - cioè
consentire la libertà del culto e del pensiero - equivarrebbe
a “commettere un delitto di lesa Nazione”111.
Pur non partendo dalle stesse premesse storico-teologiche - si
presenta come assertore della filosofia di Kant, tenuta in grande
considerazione in Italia a cavallo del nuovo secolo - M.M. Rossi
arriva pur sempre a conclusioni simili. È significativa
la distinzione che egli adopera tra “maghi” e “teosofi”:
“Vi sono poi veri e falsi occultisti. Per ogni occultista,
lui e i suoi amici (preferibilmente lui solo) sono davvero occultisti
nel vero senso e nel senso buono. Gli altri, sono reprobi: ancora
occultisti, ma al servizio del Diavolo.... Ma il tipo chiaroveggente
(spiritista o teosofo) non è tanto pericoloso: dottrinalmente
fa piangere”112.
Tra i “pericolosi” si colloca l’ex amico Reghini,
proprio per le sue alte doti, che Rossi non può fare a
meno di riconoscere. Mentre il “mago” Reghini veniva
estromesso da qualsiasi ruolo pubblico, i “teosofi chiaroveggenti”
non sfuggirono comunque alle vessazioni e alle accuse di condurre
un’organizzazione “di tipo massonico” oltreché
collegata alla Besant, qualificata spia inglese dagli informatori
antiteosofici. E poco dopo il Concordato cessarono le riviste
storiche dell’area teosofica; “Ultra” dovette
chiudere alla fine del 1930 per “mancanza di abbonati”.
Al di là delle “dottrine che fanno piangere”
a cui faceva riferimento M.M. Rossi, si denota effettivamente