A
RICORDO DI...
ELÉMIRE
ZOLLA
Il
Sacro e la tradizione
perenne contro i falsi miti del progresso e
dello pseudo-illuminismo
di
Vittorio Vanni
Giovedì 30 maggio alle ore 17 è deceduto Elémire Zolla, nella Montepulciano
dove aveva voluto passare gli ultimi anni della sua vita. Nato a Torino
il 8 luglio 1926, fu allievo di Mario Praz, fino a sostituirlo, alla
sua morte, nella cattedra di letteratura anglo-americana della Sapienza
di Roma. Studioso insigne della tradizione, i suoi interessi si volsero
in questo vastissimo campo, in particolare sul misticismo, la magia,
l'alchimia ed il Sufismo, in cui intravedeva una persistenza, rara
nell'esoterismo, della tradizione orale ed elitaria, l'unica che non
produca degenerazioni nei concetti iniziatici. Critico del mondo moderno,
sulla scia dei grandi tradizionalisti quali Guénon, Evola, Coomaraswamy,
Schuon, Eliade ecc., nel 1971 quando al vecchio mondo immobile ed
obsoleto si credette di poter sostituire paradigmi altrettanto obsoleti
e oscuri, volle scrivere un testo, Che cos'è la tradizione, che differenziasse
ciò che è eterno da cio che è transeunte. La sua opera, profonda ed
inquieta, esplorò culture lontane nello spazio e nel tempo, nella
diffidenza verso un Occidente ed una modernità sempre più lontana
da una spiritualità che - innata nell'uomo - nel nostro ciclo storico,
l'età oscura è negata e sottilmente indirizzata verso degenerazioni
perverse e strumentali. La grande intellettualità di Elemire rimane
nelle sue opere, quella spirituale nel deposito cosmico ed universale
dei Maestri passati. Noi massoni possiamo solo abbassare i nostri
labari abbrunati, con rispetto, riverenza e commozione, verso un testimone
vigile ed un attore importante del tempo dell'attesa, fino a che la
grande rivoluzione solare ritorni al suo punto d'inizio, al momento
eterno dell'oro spirituale.
(da
"Erasmo Notizie" - n. 11 - 15 giugno 2002)
Il
ricordo nel cimitero di Montorio a Montepulciano
Martedi
9 luglio a Montepulciano si è svolto, in forma strettamente privata,
la commemorazione d'Elémire Zolla, da parte della vedova, Maria Grazia
Marchianò, docente di estetica all'Università di Arezzo. Erano presenti
circa cinquanta persone fra amici, discepoli, colleghi, parenti, fra
i più vicini all'insegnamento ed alla personalità del Maestro. Dopo
una lettura di brani dell'opera d'Elémire, riferenti al tema della
scomparsa e dell'insussistenza dell'individuo, la professoressa Marchianò
ha celebrato l'antico rituale induista dei defunti, che prevede tre
suoni cristallini di campanello, tre giri intorno alla salma in senso
orario, tre invocazioni alla pace, fra gli effluvi densi dell'incenso.
Francesca Menchini, suonatrice di flauto, ha suonato alcuni brani
musicali fra cui i temi vivaldiani 1,4,3 dell'opera 8, ed il violinista
girovago Simon Scott alcune arie celtiche. L'offerta di sciarpe votive
al grande tradizionalista, da parte dei discepoli, ha terminato la
cerimonia. In rappresentanza del Grande Oriente erano presenti i Fratelli
Silvio Calzolari e Vittorio Vanni.
Elémire Zolla, studioso della Tradizione
Ad
memoriam
di
Silvio Calzolari*
Quanto
mi sarebbe più gradito parlare ancora oggi con Elémire Zolla anziché
scrivere di lui. Mi è difficile tracciarne un profilo per mantenere
viva nella memoria quella sua immagine così bonaria e, nel contempo,
autorevole e battagliera. Conobbi Elémire diversi anni fa ad un Convegno
d'orientalisti: parlammo di sciamanesimo e di estetica giapponese.
Era un uomo che sapeva cogliere la bellezza delle cose con la fantasia
di un bambino. Era però un logico assoluto. Aveva una mente limpida
ed una volontà di osservare il mondo con una razionalità quasi adamantina.
Con Elémire vinceva sempre la ragione; la profonda cultura ed un atteggiamento
di tolleranza nei confronti degli altri, gli permettevano di enunciare
il suo pensiero con una fermezza lungi da qualsiasi arroganza, mantenendo
il suo spirito aperto alla comprensione di chi per altra cultura ed
altre esperienze, si discostava dalla sua strada. Zolla non era, come
è stato scritto sui giornali nelle settimane dopo la sua morte, un
irrazionalista, un mistico ispirato, era piuttosto un filosofo, un
esoterico ricercatore, teso a trovare una soluzione all'eterno dualismo,
fra ragione e irrazionalità, del pensiero occidentale. Tentava di
superare la polarità dell'essere per tendere alla pura unità e cercava
di dare una risposta a quali rapporti esistono tra religione, mistica
e Tradizione. La ragione arriva al suo limite là dove comincia il
vero Assoluto, e Zolla cercava un accesso razionale alla realtà mistica
e religiosa e pensava di averlo trovato nelle filosofie e religioni
dell'Asia. Ma l'Oriente di Zolla non aveva niente di esotico; anzi
era una chiave di interpretazione (con una trasposizione di punti
di vista) del mondo occidentale con i suoi sogni ed i suoi miti. Zolla
osservava così il mondo e le cose sotto una nuova luce, quasi gli
fosse concesso d'uscire al di là di tutte le culture e le civiltà,
al di là d'ogni "muro delle idee", nell'etere interculturale. Tale
trasposizione agiva in lui come un elettroshock dello spirito, lo
risvegliava dall'assolutismo etnocentrico in cui tendiamo volentieri
a cullarci. Di assoluto, per Elémire c'era soltanto l'uomo. Dalla
tradizione occidentale, Zolla aveva ereditato il rigore, il dubbio
metodico, la vocazione filosofica; ne sono prova alcuni scritti giovanili
come Orrore e Utopia, apparso su "Lo Spettatore Italiano", dove introducendo
in Italia la Scuola filosofica di Francoforte, portò negli ambienti
intellettuali d'allora la sua critica incalzante alla modernità. Zolla
riteneva che l'Illuminismo avesse raggiunto il suo culmine filosofico
e letterario nell'opera del marchese de Sade, e che i totalitarismi
del XX secolo ne fossero il naturale esito politico. Anche alcuni
saggi successivi, come l'Eclisse dell'intellettuale (1959), rimasero
improntati alle tematiche care alla Scuola di Francoforte, con la
sua critica acuta alla civiltà di massa. Ne Le Origini del Trascendentalismo
(1963), si avvicinò invece al demonismo puritano per poi affrontare
i temi della scelta religiosa di Emerson, la fede delle comunità religiose
nella nascente nazione americana, gli influssi di Emanuele Swedenborg
ed il pensiero utopico che porterà alla fondazione delle prime comunità
trascendentaliste. È un libro, a mio avviso, assolutamente necessario
per capire lo sviluppo della Massoneria americana. In seguito Elémire
Zolla si avvicinò alla metafisica, alle "fonti sapienziali extra-storiche".
Lo fece nel 1963 con la monumentale antologia dei Mistici dell'Occidente,
riproposta anche recentemente da Adelphi. Zolla studiava i mistici,
ma si tenne sempre ben lontano dal misticismo, era semmai un monaco,
un indagatore della Sophia perennis, un attento studioso della dimensione
gnostica e spirituale della conoscenza. In questi anni si avvicinò
all'orientalismo, al Sufismo persiano, alla medicina ayurvedica indiana,
all'alchimia del Taoismo cinese, al Buddhismo, al pensiero del Vedanta,
alla sotterranea corrente sciamanica che sembra collegare idealmente
la sapienza occidentale a quella orientale. Nel 1975 uscì il saggio
su Le Meraviglie della Natura, dedicato all'alchimia, dove iniziò
a parlare degli archetipi: "La via dei Nomi di Dio è quella della
scuola gnostica, ma l'alchimia è anche appannaggio della scuola illuminazionista,
che sente gli archetipi come figure senza potenza e senza materia
piuttosto che come Nomi (...). L'alchimista stabilisce un contatto
fra il suo spirito e quello dei metalli grazie all'archetipo che impronta
e una parte del suo spirito e lo spirito del metallo". Sulla dottrina
degli Archetipi tornerà a parlare anche successivamente, negli anni
'80, quando scrisse in inglese il manuale di metafisica Archetypes,
dove affrontò il tema degli archetipi politici "dalla caduta di Troia
agli accordi di Yalta". Il suo concetto d'archetipo era tratto dal
Vedanta e dai commentari del filosofo indiano Shankara, e serviva
per indicare il punto inesteso di mediazione tra l'Uno ed il molteplice.
Insieme ad Aure (1985) e all'Amante Invisibile (1986), Archetipi compone
una trilogia, dove il nostro filosofo espose un vero e proprio sistema
di individuazione delle forze psichiche e cosmiche che reggono e strutturano
la storia dell'uomo. Nel 1989 scrisse anche un saggio sull'Androgino,
l'umana nostalgia dell'interezza; "(...) In una prospettiva metafisica
l'incontro con l'androgino è sempre stato inevitabile. Quando la mente
si innalza al di sopra dei nomi e delle forme, non può che toccare
il punto in cui anche le divisioni sessuali vengono superate". E'
un testo straordinario, che invito alla lettura dei Fratelli Massoni
perché nel nostro Tempio tutta la simbologia sotto la volta a stelle
presenta un aspetto dualistico e tutto indica l'esistenza dei due
poli, positivo e negativo che creano il movimento essenziale ai flni
della manifestazione. L'androgino rappresenta il punto centrale, di
massimo equilibrio, delle due forze che si uniscono nel mondo degli
elementi. Per quattordici anni Elémire Zolla curò la rivista Conoscenza
Religiosa, edita dalla Nuova Italia che cessò la pubblicazione nell'83,
dove accolse saggi di Borges, di Quinzio, di Corbin, di Marius Schneider,
di Mircea Eliade. e molti altri ancora. Si occupò anche di occultismo
e Cabala ebraica, di Sofiologia e di metafisica dell'icona, della
saggezza dei nativi dell'America del nord, di cosmogonia norrena e
di rune anglosassoni. Zolla era ispirato da una voglia insaziabile
di conoscenza percorse tutte le vie del pensiero senza limiti e conformismi.
Era uno spirito libero molto critico nei confronti della modernità
ma anche attentissimo al nuovo mondo della realtà virtuale, che in
qualche modo, collegava alla tradizione della costruzione degli universi
mentali, interiori, della tradizione buddhista (specialmente tibetana).
Fu nemico di ogni ideologia totalitaria, e nonostante il cliché di
uno Zolla reazionario e scrittore di destra, il nostro autore fu piuttosto
un liberale, avverso al fascismo e ad ogni sua derivazione. Fu uno
studioso della Tradizione (si legga il bel saggio del 1971 su Che
cosa è la Tradizione? che destò, alla pubblicazione, gran scandalo).
Fu proprio l'amore per la Tradizione che lo portò lontano ad incontrare
religioni e culti più o meno noti. Già ora, a distanza di poco tempo
dalla scomparsa, ci accorgiamo di quanto fosse importante ed insostituibile
l'opera di Elémire Zolla filosofo eretico e sciamano d'Occidente.
*storico delle religioni e fratello del Grande Oriente d'Italia
(da "Erasmo Notizie" - n. 13/14 - 15-31 luglio 2002)
È
morto ieri nella sua casa di Montepulciano Elémire Zolla, lo studioso
di letteratura angloamericana, narratore, saggista e autorevole conoscitore
di dottrine esoteriche. Era nato a Torino nel 1926, aveva insegnato
prima all'università di Genova e poi in quella di Roma. Vinse il premio
Strega nel 1956 con Minuetto all'inferno. Tra le sue opere più importanti
Eclissi dell'intellettuale, I letterati e lo sciamano, Uscite dal
mondo, I mistici dell'Occidente. Per ottobre è prevista presso l'editore
Adelphi la pubblicazione del suo nuovo libro: Discesa agli inferi
e resurrezione. Zolla è stato uno degli ultimi difensori della tradizione
contro il mondo moderno. Di qui l'attenzione per l'Oriente.
E' MORTO ELEMIRE ZOLLA
L'ULTIMO DEGLI ESOTERICI
di Umberto Galimberti
Elémire Zolla era un testimone di quel "sapere tradizionale" di cui
l'umanità si è alimentata prima che Platone inventasse per l'Occidente
la logica, fissando così le basi discorsive con cui ancora oggi noi
ci intendiamo.
La logica è una connessione rigorosa di concetti che nominano l'identità
di una cosa a cui vieta di sconfinare nei significati adiacenti e
allusivi, come invece fanno i bambini quando passano da un significato
all'altro, i folli quando fanno coesistere le contraddizioni, i poeti
quando esplorano gli sconfinamenti delle parole.
Ma
la logica non è la verità, è solo uno strumento per intenderci, per
questo Aristotele la chiama Organon (che significa strumento). Friedrich
Nietzsche era addirittura persuaso che non ci saremmo potuti mai incamminare
sui sentieri della verità se prima non ci fossimo liberati di "quella
servetta che è la grammatica", parente stretta della logica. Martin
Heidegger, dal canto suo, lamentava addirittura la "povertà del nostro
tempo", dovuta al fatto che ormai da duemila anni l'Occidente dispone
unicamente di un pensiero capace solo di far calcoli (logici) e assolutamente
incapace di pensare. Per questo tenta l'impresa di un nuovo linguaggio,
e lo va a cercare là "dove la parola manca".
Su un altro versante Sigmund Freud si era persuaso che l'Io, sede
della razionalità logica, "non fosse padrone in casa propria", e significati
ben più potenti si agitassero sotto l'apparente quiete della coerenza
razionale. Chiamò questo sottosuolo "inconscio" e "simbolico" il suo
linguaggio.
Poi vennero gli psicoanalisti a tentare quell'impresa impossibile
che era la ricerca del "significato dei simboli", ignari che i simboli
non significano, perché come figure pre-logiche, sfuggono allo schema
concettuale che costituisce la violenza prima di ogni commento. I
simboli non "significano" perché non sono "significati" ma "forze".
I simboli "agiscono".
Elémire
Zolla, al pari di Henry Corbin, René Guenon, Amanda Coomarswamy, di
cui Adelphi ha pubblicato le opere più significative, dedicò l'intera
sua vita alla ricerca dell'"azione simbolica" nella storia, quella
corrente sotterranea che passa inosservata a quanti, catturati dalle
vicende quotidiane che sono sotto gli occhi di tutti, ignorano ciò
che determina queste vicende, come le acque sotterranee determinano
la conformazione della superficie.
Cogliere questa sotterranea "agitazione", che antecede e determina
le nostre "cogitazioni" significa passare dall'esteriorità del sapere
"essoterico", di cui si alimentano tutti i nostri discorsi, alla radice
profonda e perciò nascosta del sapere "esoterico", accessibile solo
a quanti non si lasciano distrarre dalla successione degli eventi
che in superficie animano le divisioni tra gli uomini.
Scendere
nell'esoterico, dove il regime discorsivo è regolato dal simbolo che
connette i significati (sum-ballein), a differenza dei concetti che
li separano e li disgiungono (dia-ballein), significa inoltrarsi lungo
un sentiero che porta in un orizzonte, silente ma potente, che sta
al di qua della parola e delle sue possibili interpretazioni. Il passaggio
è rischioso e può dar origine a tutto quel mondo bugiardo che, maneggiando
con disinvoltura l'inaccessibile, può dar luogo a tutti gli imbrogli
che, dalla P2 alla stregoneria dei maghi, mette in scena, dietro le
quinte di un sipario ben chiuso, tutti i cascami della storia.
Oppure
- e questa è stata la via ardua percorsa da Zolla - inoltrarsi nell'esoterico
può significare voler reperire, al di sotto delle differenze, quelle
metafore di base che accomunano Oriente e Occidente, Nord e Sud del
mondo, perché unica è l'umanità.
E,
come sul piano biologico la genetica riesce a parlarci di un'unità
del genere (umano), così sul piano culturale potrebbero ravvisarsi
percorsi comuni che hanno consentito all'umanità di emanciparsi dalla
sua infanzia animale e di ritrovarsi oggi in un comune sentiero, al
di là delle guerre, al di là degli odi e delle enfatizzate differenze.
Non invito nessuno a percorrere i sentieri di Zolla, di Corbin, di
Guenon, di Coomaraswamy. Sono troppo rischiosi per i più. E la ricerca
"segreta" finirebbe per arrestarsi alla segretezza del potere politico
o sacerdotale. Ma il messaggio sì, accogliamolo.
E
proprio oggi, che il Nord marca con tanta enfasi la sua distanza dal
Sud del mondo e l'Occidente dall'Oriente, non dimentichiamo l'insegnamento
di Zolla che, letto bene, è capace di indicare quella sotterranea
fratellanza che gli uomini, per una perversa tendenza a marcare la
loro identità e la loro differenza, si ostinano pericolosamente a
negare.
(da "La Repubblica" 31 maggio 2002)
ZOLLA, UN DINAMITARDO FRA
I MITI DELL'OCCIDENTE
di Mario Baudino
Quando scomparve la scrittrice Cristina Campo, cui fu legato da un
lungo sodalizio di affetto e di studi, scrisse di lei: "La morte la
colse di sorpresa. Non vi era preparata. Nessuno pensa mai alla propria
morte". Era un tema che Elémire Zolla non aveva mai evitato, su cui
si era interrogato a lungo con la levità di un saggio taoista, negli
ultimi anni in cui una serie di malattie lo avevano costretto a non
muoversi più dalla sua bella casa di Montepulciano accanto alla moglie,
l´estetologa Grazia Marchianò. Ieri se n´è andato anche lui. Ha trovato
l´ultima e definitiva delle Uscite dal mondo cui aveva dedicato un
bellissimo libro per Adelphi. Era nato a Torino nel `26, da una famiglia
cosmopolita, fatta di un padre italo-francese (il pittore Venanzio
Zolla) e da una madre inglese. Non amava particolarmente la città,
che però fece nascere in lui un certo gusto per l´occulto; ci era
tornato ragazzo dopo aver abitato felicemente all´estero. Per lungo
tempo anche la cultura italiana gli fu estranea, come lo sarebbero
sempre stati i "padri" del nostro Novecento, da Croce a Gramsci. La
sua formazione era britannica, e divenne quasi automaticamente anglista
alla scuola di Mario Praz, di cui ereditò la cattedra alla Sapienza
di Roma: alle lezioni andava il giovane Roberto Calasso, che infatti
poi pubblicò o ripubblicò gran parte delle sue opere per l´Adelphi,
da Lo stupore infantile alle Uscite dal mondo alla Storia dell´alchimia.
Fu per un breve periodo romanziere di successo, quasi un enfant gâté
della Roma anni `50, dove sposò la poetessa Maria Luisa Spaziani,
un attimo prima che nella sua vita facesse irruzione Cristina Campo;
introdusse in Italia la scuola filosofica di Francoforte; ma la vera
vocazione, il cuore del suo lavoro, fu esplorare religioni e miti
(non solo nei libri, anche nella realtà del viaggio di scoperta).
Da studioso anticonformista delle culture tradizionali e naturalmente
da intellettuale scomodo fu però ben presto messo ai margini dal mondo
intellettuale italiano - la cosa non durò in eterno, ma quanto bastava
- con l´accusa di essere un intellettuale di destra. Lui che aveva
scritto, con grosso successo, L´eclissi dell´intellettuale alla fine
degli anni 50 (e vinto anche un premio Strega con un romanzo dal titolo
Minuetto all´Inferno) non era per nulla diventato "reazionario" all´improvviso:
aveva semplicemente preso atto della fine delle stagioni dell´impegno,
spiazzando i suoi amici che in quel momento nell´impegno si tuffavano.
Di lì in poi il suo lavoro venne guardato con diffidenza. Le incursioni
nella mistica ebraica o musulmana, l´attenzione per i maestri del
sufismo ma anche per i filosofi zen giapponesi ne fecero un personaggio
sospetto, uno che parlava bene di Tolkien e che non era in sintonia
con nessuno. Troppo aristocratico, troppo ironico. Ennio Flaiano gli
dedicò un epigramma simpatico: "Elemire Zolla / preferisco la folla",
lui vide nel `68 una cospirazione demoniaca e nel `71 pubblicò un
libro che fece molto scandalo, dal titolo Che cos´è la tradizione.
Era un´accusa radicale alle ideologie totalitarie, soprattutto quelle
di stampo "progressista", in cui vedeva una sorta di deriva "satanista"
dell´Illuminismo. Zolla non era affatto un reazionario, semmai un
liberale, e soprattutto un uomo mite. Nel `69 aveva avviato per la
Nuova Italia una rivista importante e "strana", Conoscenza religiosa,
destinata a durare fino all`83, accogliendo saggi di Borges e Quinzio,
e naturalmente di Cristina Campo. Studiava i mistici (importante l´antologia
ora ripubblicata da Adelphi sui Mistici dell'Occidente) ma si teneva
lontano dal misticismo. Lui non era un mistico. Semmai si sentiva
un monaco che non aveva mai fatto i tre voti canonici di povertà,
obbedienza, castità. Era uno spirito libero molto critico nei confronti
dell´Occidente ma anche attentissimo al nuovo mondo delle realtà virtuali.
Ha scritto moltissimo (oltre che per Adelphi per Marsilio, Mondadori,
Red, senza contare le meravigliose edizioni di singoli saggi che si
faceva stampare da un grande tipografo come Tallone). Non si è mai
lasciato incasellare. Pochi anni fa, alla mia ennesima domanda sulle
sue posizioni politiche rispose forse per l'ennesima volta che la
distinzione tra destra e sinistra, per quanto lo riguardava, non serviva
a molto, "se non alla contesa politica più bassa". "E´ una
deformazione che nasce dal parlamentarismo francese: il partito dominante
denomina destra il male e sinistra il bene. Poi di volta in volta
qualcuno capovolge i termini. Ma non si possono suddividere gli scrittori
tra destra e sinistra".
(da La Stampa - 31 maggio 2002 Sezione: Cultura)
L'ULTIMO ERUDITO ALLA RICERCA DEGLI ARCHETIPI
CULTURALI DELL'OCCIDENTE
di Carlo Sibona
In un libro ormai quasi dimenticato, Autodizionario degli scrittori
italiani (1990), Elémire Zolla, lo studioso di archetipi e simboli
spentosi a fine maggio a 76 anni, tracciò un preciso ritratto di se
stesso. Accanto ad annotazioni che già erano di dominio pubblico,
rivelò, in due scarne paginette, anche tratti intimi, privati. Apprendemmo,
allora, che suo padre, nato in Inghilterra, aveva studiato pittura
dedicandosi alla maniera di Whistler e dipingendo dame in kimono.
Si era poi stabilito in Italia, a Torino, dove aveva insegnato a un
gruppo di allievi, fra i quali Giulio Carlo Argan. La madre, Blanche
Smith, melanconica, ma non triste, prediligeva le ombre delle chiese
e dei chiostri e suonava molti strumenti.
Zolla
nacque nel capoluogo piemontese il 9 luglio 1926, quando imperversavano
la retorica populista e la demagogia autoritaria. Crebbe isolato,
parlando naturalmente inglese, francese e italiano, e studiando, in
seguito, il tedesco e lo spagnolo. Dipingeva e suonava il pianoforte.
Mandato a scuola, imparò l'arte di occultare i sentimenti e concesse
poco di sé ai compagni. Vedeva, tutt'attorno, docenti fascisti e scolari
figli di fascisti. Lo sollevava l'espatrio frequente, il soggiorno
in Inghilterra o a Parigi.
Durante
gli anni di guerra, Zolla notò che a poco a poco la gente diveniva
meno fascista. Salutò l'arrivo degli Alleati a Torino senza farsi
eccessive illusioni. Viveva raccolto, passeggiava, pensava. Giunto
il tempo della ricostruzione, si iscrisse alla Facoltà di legge, dove
conobbe qualche professore stimabile, lontano dalle risse ideologiche,
ma anche non pochi propugnatori di sciocchezze storicistiche. A 22
anni si ammalò di tisi e fu per morire. Durante la malattia, appartato,
scrisse un romanzo edito nel 1956, Minuetto all'inferno (Einaudi),
con cui vinse il premio Strega opera prima. Aveva pubblicato parecchio,
negli anni precedenti, sulle riviste Letterature moderne di
Francesco Flora e Il pensiero critico di Remo Cantoni. Erano
saggi sui maggiori autori del Novecento, che egli tentava di riunire
in una specie di luogo ideale, distante dalle contaminazioni politiche.
Da quel luogo bandì la presenza di James Joyce. Gli scrissero, solidali,
Eliot e Thomas Mann.
Nel 1957 si trasferì a Roma, dove lavorò, per pochi mesi, nella redazione
di Tempo presente. Apparve allora un nuovo romanzo, Cecilia o la disattenzione
(Garzanti), mai più riedito. La raccolta dei suoi saggi, in parte
ispirati alla Scuola di Francoforte (Eclissi dell'intellettuale,
Bompiani, 1959), ebbe, invece, numerose ristampe e traduzioni. Era
una negazione, destinata a non poter essere generalmente accettata,
di tutto il sistema dell'industria culturale. Rifiutato il positivismo
e il marxismo, fugata la dialettica di matrice hegeliana, l'opera
formulava il sottinteso invito ad abbandonare le dottrine e le pratiche
conformi al mondo industriale. Partiva da una concezione apodittica:
i maggiori autori degli ultimi secoli sono stati capaci di questo
rifiuto.
L'anno di uscita di quel libro si dimostrò cruciale: Zolla fu chiamato
a insegnare all'Università di Roma, specie per intervento di Mario
Praz, e incontrò Cristiana Campo, con la quale visse fino alla morte
di lei, nel 1977. Venne quindi il fecondo periodo di altre opere,
fra le quali va soprattutto ricordata l'antologia I mistici dell'Occidente
(Garzanti, 1963; riedito da Rizzoli, in sette volumi, nel 1980), dove
la tradizione mistica era documentata come l'area segreta in cui si
era affermata, nei millenni, l'uniformità permanente di una metafisica
assoluta. Dal rifiuto dello scientismo e del progressismo nacquero
poi due saggi, Storia del fantasticare e Le potenze dell'anima,
apparsi presso Bompiani. Zolla vinse il concorso a cattedra e andò
a insegnare prima a Catania, poi a Genova, dove rimase fino al 1974.
Pur rivisitandola nella prospettiva della mistica, la materia delle
sue lezioni divenne, allora, la letteratura anglo-americana. Egli
inoltre si permise alcune dottissime digressioni nella filologia germanica.
Nonostante
successo e fama internazionali, in Italia fu però isolato e aborrito
dal mondo culturale egemonizzato dagli intellettuali marxisti e ignorato
dagli uomini della politica al potere.
Zolla fu un viaggiatore curioso e quasi 'professionale'. Nel 1968,
dopo un viaggio nel Sudovest degli Stati Uniti, scrisse una storia
dell'immagine dell'Indiano (I letterati e lo sciamano, 1969).
Questo libro ebbe una risonanza notevole oltreoceano, e anche da noi
costituì una tappa imprescindibile negli studi di neo-anglistica.
Si dedicò anche a viaggi in India, in Indonesia, in Corea e in Iran.
Parte
di questa esperienza si riflesse nel fondamentale Che cos'è la
tradizione (1971), ancora un rifiuto del modello di cultura occidentale,
anche ricercando nella metafisica del Medio e Estremo Oriente la possibilità
di sottrarvisi, sempre alla ricerca degli archetipi culturali, 'traditi'
dalla civiltà moderna dell'Occidente. A poco a poco, si andavano intanto
allentando i suoi rapporti con la Bompiani, che cessarono dopo la
pubblicazione della raffinata dissertazione alchemica Le meraviglie
della natura (1975).
Rimase però viva la sua collaborazione al Corriere della Sera. Seppure
con notevoli opposizioni, nel 1974 Zolla tornò a insegnare all'Università
di Roma. Risale a quel periodo la sua decisione di scrivere in inglese,
di 'saltare' l'editoria nazionale. In Inghilterra e in America usciranno
Archetypes (1980), seguito da The Androgyne (1981),
nelle cui pagine si addensò una cultura senza confini, un'immensa
erudizione. Trascorso il 1980, la situazione politica parzialmente
mutò e in Italia l'opposizione a Zolla sembrò via via dissolversi.
Egli riprese a scrivere nella nostra lingua e pubblicò quattro libri
presso Marsilio (Aure, L'amante invisibile, Archetipi e Verità
segrete esposte in evidenza). Nel frattempo, dal 1969 al 1983,
aveva diretto una rivista, Conoscenza religiosa (La Nuova Italia),
cui fece collaborare gli scrittori che gli parvero sottrarsi a ciò
che egli definiva 'la generale decadenza'. Poi giunsero, da Adelphi,
Uscite dal mondo (1992), Lo stupore infantile (1994)
e Le tre vie (1995); da Mondadori, La nube del telaio
(1996); da Einaudi, Il dio dell'ebbrezza (1998). Adelphi, inoltre,
annuncia la prossima pubblicazione di un nuovo libro: Discesa agli
inferi e resurrezione.
Recuperando i tesori culturali di popoli vicini e lontani, scavando
nel giardino sotto casa o in territori sperduti del pianeta, Zolla
seppe indicarci, dopo aver liquidato le trasgressioni moderne e post-moderne,
la via di una conoscenza 'giusta', insieme ardua e luminosa.
(da
kore-it)
LA MITICA GENERAZIONE DEI NUOVI
DINAMITARDI D'OCCIDENTE
di
Luca Guglielminetti
Molto di quanto scritto da Elemire Zolla, forse non pare, ma oggi
è incarnato. Incarnato nella generazione più giovane, quella che rischia.
Sì, rischia perché non avendo le prospettive dei padri, rischia di
trovarsi senza lavoro fisso, senza fissa dimora, senza pensione né
paura di morire. Ma quando non si ha paura di rischiare e di morire,
al contrario di Zolla, o di Cristina Campo, la svolta oggi non avviene
sul piano mistico delle idee. Semmai capita qualcosa di simile a quanto
scriveva Max Weber: "Gli antichi dei, disincantati e perciò trasformati
in potenze impersonali, sorgono dalle loro tombe e riprendono la lotta
fra di loro aspirando a conquistare il dominio sulla vita".
Molti
delle ultime generazioni, possono sembrare zombi, ma gli dei non li
praticano con la mistica, ma nella carne, cercando appunto di riconquistare
il "dominio sulla vita". Le folli corse in auto di notte a fari spenti,
gli eccessi di alcolici e stupefacenti, il rifiuto del lavorare, non
come bestie, ma in quanto solo bestie, certamente li connota come
'bassi'. Come 'bassa' è la considerazione per la contesa politica
espressa da Zolla e la Campo, così anche a questa generazione è chiaro
che destra e sinistra oggi mancano di connotazioni sufficientemente
chiare e si pongono al di sopra o fuori dalla politica in senso stretto:
cioè fuori dalla politica partitica. Nel senso che la politica, come
condivisione di spazi pubblici condivisi, si svolge fuori dalle sedi
di patito, fuori dalle sezioni e dalla maggior parte dei circoli politico-culturali.
In fondo molto di Zolla, fra cui la distonia tra l'intellettuale e
lo sciamano, oggi si aggira nelle nostre città, e l'espressione di
Flaiano : "Elemire Zolla / preferisco la folla", oggi suona, seppur
debolmente in quanto molto deprivato culturalmente (della cultura
classica), "Noi/ pratichiamo la folla" e forse anche un po' la follia.
Se
di miti si deve parlare, o rispecchiarcisi, i libri di Zolla, come
quelli di un Guénon o un Eliade, e come i molti altri della 'tradizione',
sono di una natura molto diversa da quelli di Kerény o di Hillman,
ad esempio. Qual'è la differenza? L'approccio esclusivamento "letterario"
ed "esoterico" dei primi e quello più "scientifico" od "essoterico"
dei secondi. Sarà perché l'illuminismo e l'uso della ragione non riusciamo
a percepirli come "cospirazione" o come "demoniaco", ci pare che la
differenza tra un mistico "liberale" e un socialista "liberale" risieda
nella dimensione sociale della conoscenza, o gnosi. Il rimprovero
a questa cultura, sicuramente emarginata per molti anni in Italia,
risiede non più tanto nel fatto di essere "di destra" tout-court,
quanto piuttosto per il disprezzo che esprime verso il "basso", la
piazza dove tumultuose e sporche si muovevano l'altro ieri le classi,
ieri la massa, oggi una somma di individui in relazioni varie tra
loro. La cultura di sinistra, con le rare eccezioni italiane costituite
da Furio Jesi o Ugo Volli, ha, a sua volta, respinto o rimosso la
"macchina mitologica". Solo in casi isolati di "socialismo eretico"
ha colto nel segno. Come trapela in tutta l'opera di Camus, dove si
percepisce la contiguità tra l'estrema solitudine e indifferenza dell'individuo
e tutto il senso a partecipazione a tutto ciò che lo circonda con
spirito di libertà ed eguaglianza.
In fondo l'unico rimprovero che ci sentiamo di muovere a Elémire Zolla
è solamente questo: non aver visto che gli dei non animano solo il
fondo della propria anima, o quella di una cerchia chiusa, ma agiscono
sempre in chiunque e ovunque in forme diverse, anche nella bassa piazza
della politica che rifiuta l'unità del tutto, ma si divide politeisticamente,
per non dire - dato il tema - semplicemente pluralisticamente, almeno
in parti opposte, come lo yin e yan della tradizione taoista. Quello
che vediamo noi, ed è profondamente socialista e liberale contemporaneamente,
è il principio di scissione originario del più semplice organismo
biologico vivente che si riproduce, forse nell'universo taoista, ma
sicuramente in modo evidentemente percepibile in noi stessi, nella
politica, all'interno degli schieramenti e dei singoli partiti, correnti,
e giù, giù in fondo fino a quando chiacchieriamo al bar con un amico
e siamo sempre in due.
Se
il titolo del suddetto articolo ci sintetizza Zolla come dinamitardo
dei miti dell'Occidente, oggi assistiamo all'esplosione concreta di
quella bomba. Gli "dei dell'estasi" non sono un meccanismo in fondo
al nostro cervello o cuore, ma sono carne lacera, che aspira a ricompattarsi
per domare la vita. Lui ha fatto un po' l'aristocratico ed è morto
in casa sua pur preferendo la folla, noi facciamo un po' gli anarchici
e ci sentiamo di morire in piazza, perché la nostra nostalgia non
sarà un mito morto da consumarsi in casa propria, ma una città viva,
come la Lugano Bella: un'utopia o una riforma dotate di bellezza sociale,
da condividere (con la forza impersonale degli antichi dei) con altri
negli spazi pubblici e privati.
(da Socialisti-net)
CONTRO
DOGMI, MODE E IDEOLOGIE
di Cesare Medail
I pensieri di Elémire Zolla qui pubblicati per gentile concessione
della moglie, la studiosa di estetica Grazia Marchianò, faranno parte
dei "Quaderni zolliani" che la stessa Marchianò sta raccogliendo:
intuizioni e riflessioni che il grande studioso di miti e religioni,
scomparso lo scorso 30 maggio a settantasei anni, annotava periodicamente.
Il pubblico del Corriere , al quale Zolla ha regolarmente collaborato
per quarantadue anni (1958-2000), riconoscerà la sua attitudine a
legare miti, simboli, tradizioni remote e presenti, abissi metafisici
ed esperienze estatiche; e riconoscerà la sua prosa inconfondibile,
che non procede per sillogismi ma per analogie: il discorso vira,
diverge, ritorna, come in una selva di allusioni dove i sentieri si
aggrovigliano come in un labirinto, ma dove una mano sapiente tesse
le piste che riportano alla trama ben salda del testo. Quello stile
proteiforme è forse il più idoneo a rappresentare le corrispondenze
che legano la molteplicità delle cose - metalli, piante, corpi celesti,
animali, stati di salute del corpo e dello spirito - nell'unità dell'esistente.
Una delle ultime opere di Zolla, La filosofia perenne (Mondadori),
dava proprio conto di quel pensiero che, filtrando come un fiume carsico
sotto l'effimero delle ideologie e delle mode, guarda alla realtà
ultima, ferma e immutabile, che sottende l'illusione delle apparenze:
una filosofia che attraversa il tao, lo yoga, il buddismo, scorre
da Pitagora a Platone, da Pico a Leibniz fino ai grandi mistici.
Certo,
questo pensiero può apparire antistorico, o nemico del progresso,
ed ha procurato a Zolla accuse stravaganti, non ultima l'iscrizione
arbitraria alla cultura di destra, in un mondo dove chiedersi da che
parte stiano gli intellettuali è quasi un riflesso condizionato. A
metà degli anni Novanta ci confessò: "Oggi mi sento libero, persino
esultante perché sono scomparse le due forze che mi avrebbero volentieri
chiuso in un campo di concentramento: nel 1945 ebbi la gioia di veder
crollare il fascismo e ora di vedere svanire l'Unione Sovietica e
il comunismo. Una volta sciolto, lascio i vecchi istituti politici
azzuffarsi nel combattimento e ne distolgo lo sguardo". Zolla, dunque,
appare un intellettuale a parte in un mondo di parte. Anacronistico?
Può darsi, anche se oggi sono in molti a riscoprire la spiritualità,
a volgere lo sguardo su quel nucleo di eternità che "sottende il divenire
e i suoi inganni", per "accedere allo stato di vuoto, di quiete che
in Oriente come in Occidente culmina nell'estasi".
Politica
a parte, sono in molti a chiedersi quali fossero, al di là dei suoi
studi di vagabondo dello spirito, le convinzioni personali di Zolla
sui grandi temi dell'esistenza, della vita e della morte (qualche
risposta, forse, verrà da questi taccuini privati, come nel pensiero
sull'"estinzione della coscienza" che pubblichiamo). Interrogato dalla
Tv Svizzera sui misteri ultimi rispose: ci sono cose che so, cose
che non so, cose che vorrei sapere.
Era,
infatti, restio a proclamare o a distribuire verità. Certo, i viaggi
in culture "altre", le frequentazioni straordinarie, la pratica della
meditazione svilupparono in lui un'attitudine contemplativa, che non
gli impediva di insegnare letteratura americana a Roma, di scrivere,
di tenere conferenze eccetera. La vita contemplativa, diceva, non
riguarda solo il pastore arcadico o il monaco delle vette, ma anche
il meccanico di Simone Weil "capace di valutare i significati pitagorici
di ciò che faceva, sia pure senza parole".
Elémire Zolla avrebbe potuto attirare seguaci, a partire dalla cerchia
di affezionati della rivista Conoscenza religiosa , che pubblicò fra
il 1969 e il 1983, ma trovava ripugnante l'idea del guru: "La tentazione
è forte", diceva, "ma credo basti un briciolo di vergogna, di pudore,
di divertimento, per evitare l'orrendo naufragio nella guruship".
E questo rifiuto di propinare verità segrete dovrebbe bastare a chi
ha cercato di ridurre Zolla, anche in sede commemorativa, a campione
di esoterismi da trasmettere per via iniziatica. Semmai, fu campione
di libertà intellettuale, nel ricercare fuori da ogni moda, dogma
o schema ideologico, le conoscenze nascoste in ogni angolo dello scibile
e della terra.
CHE
COSA ACCADE NELL'ATTIMO IN CUI LA COSCIENZA SI ESTINGUE
Pubblichiamo quattro "pensieri" di Elémire Zolla che faranno
parte dei "Quaderni" che la vedova, la studiosa di estetica Grazia
Marchianò, sta raccogliendo fra le sue carte: riflessioni e intuizioni
che Zolla annotava periodicamente sui suoi taccuini personali.
"L'estinzione"
Fino
a qual punto la coscienza si estingue? O, che cosa avviene della propria
persona nel corso di allucinazioni che portano al deliquio? Insufficienti
le risposte consuete.
Si
vorrebbe dare una replica netta, e si parla di manifestazioni distinte:
la consapevolezza rimane intatta in mezzo a ogni specie di travedimenti
ovvero sparisce e dopo non resta nessun ricordo della trance subìta.
E' vero, sussistono questi due estremi, ma quasi sempre trepida e
fluttuante è la realtà, il suo ricordo tremula, è arbitrario sempre,
la ricostruzione degli eventi d'una visione.
Già
un semplice sogno è difficile da rammentare salvo allo scatto del
risveglio: assumerlo nel linguaggio, vuol dire falsificarlo. E' arduo
dire fino a che punto un evento di sogno fa un'immagine e fino a che
punto una parola commossa.
Occorre
accettare il più delle volte l'esistenza onirica, la trance e in genere
l'allucinazione sciamanica come più vera del vero, un universo sottratto
alle nostre classificazioni, impervio alle nostre categorie, oscillante,
svanente ma nello stesso tempo fulgido e chiaro, contradditorio, atteggiato
nell'uno e nell'altro senso che durante la veglia si escludono. In
sanscrito esiste una parola che lo denota: vikalpa.
E'
fiabesco, ma connette verità che eludono la nostra attenzione di veglia,
di cui forse il nostro inconscio o certi animali si avvedono. Si estende
come un velo trepido, ma può imporsi come più netto del vero.
(da
Il Corriere della Sera - 26 maggio 2002)
E' MORTO ELÉMIRE
ZOLLA , VIANDANTE NEL SEGNO DI DIONISIO
di Ugo Leonzio
Lo studioso di culture e religioni orientali Elémire Zolla è morto
ieri a Montepulciano dove viveva da alcuni anni. Era nato a Torino
il 9 luglio del 1926. Aveva esordito come narratore vincendo, nel
1956, il premio Strega con "Minuetto all'inferno". Tra i suoi libri
più noti: "Eclissi dell'intellettuale", "I letterati e lo sciamano",
"Aure", "Le tre vie", "Uscite dal mondo", "I mistici dell'Occidente",
"Che cos'è la tradizione". Da Adelphi, il suo editore, uscirà nei
prossimi mesi, l'ultimo suo lavoro "Discesa aglli inferi e resurrezione".
Con
un paradosso che a Elémire Zolla sarebbe forse piaciuto, si potrebbe
dire che con la sua scomparsa si sia estinta una razza di scrittore
che da noi non è neanche esistita, se si eccettua Giuseppe Tucci il
grande tibetologo: Di che razza si tratta? In genere, per cavarsela
alla svelta si invocano quelle sintetiche gabbie culturali simili
a protesi, dalle quali Zolla e i suoi radi ma sicuri compagni di strada
rifuggirebbero come da una malattia dello spirito. Inutile elencarle,
qualsiasi categoria vi viene in mente. La qualità di un artista come
Zolla è la sua imprendibilità, la capacita di essere sempre virtuale
in ogni passaggio decisivo della vita, lasciare che ogni esperienza
magari drogata, sublime o Dionisiaca si manifestasse non da sola ma
come la parte di un fitto enigma in cui ci si doveva perdere. Perdersi
non è facile, soprattutto in una società intellettuale dove tutti,
con molta indulgenza, riescono a ritrovarsi e senza essersi mai perduti.
Io non so se, una volta entrato nell'enigma della sua mente, Zolla
abbia mai voluto uscirne. Aveva capito che il viaggio non concedeva
soste né riposo e soprattutto non c'erano fermate intermedie. Mi spiego
meglio: Qualcuno che avesse seguito puntigliosamente la carriera di
questo artista della mente quale era Zolla, e ne avesse letto puntigliosamente
tutta l'opera si troverebbe a mal partito se volesse riassumerla,
in qualche modo stringerla in una sintesi, indicarne un punto stabile
o piu alto o acuto, come si sceglie una poesia o un romanzo dall'opera
di un autore amato. La singolarità dell'opera di Elémire Zolla è che
non si può scegliere perché si dovrebbe rinunciare a qualcosa di piu
decisivo che sta proprio lì accanto, nella pagina successiva o in
quella precedente.
Il
viaggio di Zolla nella vita era sostanzialmente il prodigioso enigma
che invece di diradarsi cresceva di giorno in giorno, di libro in
libro facendo apparire piu intensa e lontana la natura della bellezza
e, se esiste, della verità. Se esiste… È inutile chiedersi se, adesso
che Zolla ha terminato la prima parte del suo viaggio, qualche bagliore
di verità possa apparirgli o se quell'enigma cosi disperante e fecondo,
almeno per i suoi lettori, continuerà a spingerlo sempre più avanti.
Zolla conosceva bene il Libro dei morti tibetano e a me personalmente
fa piacere immaginarlo mentre, fra tra giorni, inizierà il suo viaggio
nel Bardo, nella dimensione oltremondana che aveva inseguito nella
realtà piu pesante e fumosa del nostro mondo.
Esperto
di ricerche mistiche, occulte ed esoteriche in tutte le culture del
mondo, aveva trovato in quelle orientali la porta stretta che permetteva
di dare una sguardo all'Altra Parte. Sapeva bene, quindi, che una
volta lasciato che gli elementi del corpo tornassero alla terra, la
mente avrebbe dovuto fronteggiare se stessa, non in una dimensione
aliena, in un paradiso o in un inferno ma in quella zona grigia o
luminosa che avevamo preparato in vita. Senza più l'ausilio del corpo
la mente libera il suo inconscio e finalmente incontra se stessa,
pacifica o crudele, serena oppure avida, ostile e piena di paura,
In questo passaggio difficile e tormentoso cui nessuno, probabilmente,
potrà sfuggire, io credo che Elémire Zolla incontrerà la sfida piu
avvincente, quella per cui si era preparato lungo il corso della sua
vita. Chi ama il viaggio non cerca tanto la conoscenza dei luoghi,
le origini o i misteri, la bellezza o gli orrori. Quelli sono i viveri
che consentono di proseguire il viaggio, sono le stanze dentro cui
è lecito riposarsi e sognare. Ma per i veri viaggiatori, come Zolla,
quello che viene inseguito e ci si fa inseguire, è la Morte: Il Dio
dell'ebbrezza cosi caro a Elémire Zolla non rivela solo il piacere
estremo e non tanto recondito che la realtà della vita sa offrirci
ma è soprattutto un guardiano in attesa davanti a una di quelle porte
di cui anche Kafka ha cosi spesso parlato. Dioniso offre l'ebbrezza
come viatico per il viaggio che ci attende e che quasi tutti vorrebbero
rimandare. Ma c'è una categoria, direi una razza, di viaggiatori che
vuole conoscere il segreto dei segreti, il cuore dei cuori, mentre
è ancora viva, perché esiste questa leggenda fin dal primo dei libri
conosciuti, la saga di Gilgamesh, che chi incontra la morte da vivo
diventa immortale.
I
libri di Elemire Zolla riflettono come in uno specchio i vari frammenti
di questi incontri con il segreto della morte. A volte ne descrivono
la voce o il volto, spesso il portamento, la capacità di perdersi
per qualche istante nella danza o nel canto o in un raga indiano intonato
nel cuore della notte in un "ashram" o ai bordi di un lago, di un
fiume sacro o di un monte sulla cui vetta è dato a qualcuno di scorgere
Shiva o Dolma o tutti gli dei e i Buddha che abbiamo sognato e inseguito
nel tempo. A noi restano i libri di questo singolare, solitario viaggiatore,
guide blu per paesi che forse non sono mai esistiti o che si apprestano
a sparire insieme al loro autore. Essi testimoniano, come splendenti
graffiti, un tempo felice dove i libri creavano il mondo e i poeti
della mente, come Elemire Zolla, incontravano gli Dei.
(da
l'Unità - 30 maggio 2002)
UNO SCIAMANO CON LA PASSIONE
DELL'ESTRANEITA'
di Giulio Busi
Nella primavera del 1996, Elémire Zolla aveva accettato di buon grado
di presentare il libro sulla mistica ebraica che avevo curato assieme
a Elena Loewenthal. La cosa mi lusingò, perché Zolla abbandonava ormai
molto raramente il suo rifugio di Montepulciano (dove si è spento
giovedì scorso a 76 anni). Per colpa di alcuni imprevisti, la presentazione
dovette essere rimandata e anziché una gradevole giornata di maggio
ci trovammo ad affrontare una Roma di piena estate, smarrita in una
terrea calura. Zolla sostenne la situazione con notevole eleganza.
Indossava una giacca bianca e scarpe inglesi bicolori, e pareva del
tutto a suo agio.
Avrei
voluto condividere il suo sereno distacco britannico e invece mi prefíguravo
una sala in Campidoglio - lì appunto era stata organizzata la manifestazione
- desolatamente vuota. Temevo una figuraccia, soprattutto quella che
avrei fatto con Zolla, mi domandavo chi mai avrebbe avuto il coraggio
di affrontare la canicola per discutere di qabbalah.
Tuttavia
mi sbagliavo. La platea era quasi piena quando arrivammo, i giornalisti
e una piccola troupe televisiva già appostati. Non appena ci
avvistarono, non ebbero esitazioni. Furono tutti per lui, lo fotografarono,
lo intervistarono, lo ripresero. Zolla non si scompose né si meravigliò
Dopo un attimo di stupore, tirai un sospiro di sollievo. Era giusto
che fosse cosi. Così era Zolla.
Di mistica avevamo parlato talvolta con animazione. Discorsi in cui
avevo avuto modo di sperimentare il tratto sottilmente irregolare
e asistematico del suo pensiero, quell'abitudine ad affrontare le
questioni più difficili partendo da un dettaglio, da un'atmosfera,
da un volto. Ho spesso avuto l'impressione che Zolla attendesse l'interlocutore
con pazienza, concedendosi lo svago d'inesauribili digressioni. D'un
tratto, quando meno me l'aspettavo, trovava un varco nel mio sussiego
specialistico, con un rilievo fulmineo e impertinente. Il suo modo
di avvicinarsi ai testi non era quasi mai quello guardingo del filologo
né gl'interessava contemplare le parole di lontano o studiare i conflitti
interiori dei mistici da un osservatorio distante e asettico. Aveva
piuttosto un talento naturale per trasformare in racconto anche gli
spunti più eruditi. Poteva fare di'un elenco di etimologie un viaggio
sciamanico e di una frase sola l'eco amplificata di un'intera epoca.
I
mondi che dipanava sulla carta provenivano in gran parte da altri
libri, dalle inesauribili letture di una biblioteca lussureggiante
come una foresta. Una volta ebbi l'opportunità di restare qualche
ora solo tra i suoi volumi. Poter scorrere in silenzio i dorsi di
quella biblioteca mi offrì una traccia per capire la complessa vicenda
intellettuale di Zolla. All'inizio, mi sembrò impossibile trovare
un ordine tra le centinaia di scritti che si estendevano alle più
diverse discipline. Dalla fenomenologia delle religioni alle lingue
orientali, alla letteratura inglese - per lo più edizioni d'età vittoriana
- e fino a certe arcigne enciclopedie ottocentesche ed a manuali di
botanica, prodighi d'illustrazioni acquerellate. Intuii che ognuno
di quei libri corrispondeva a un affioramento, a una protratta nostalgia.
Era come se mi restituissero il metodo stesso del lavoro di Zolla,
una passione saldamente ingenua per l'estraneità, per le esperienze
ai margini della norma.
Mi confídò di aver trascorso alcuni dei suoi periodi di studio più
sereni a Teheran. Pareva del tutto naturale sentirlo parlare, nella
luce quieta di Montepulciano, di filosofi persiani, e di certi suoi
incontri - non so più se letterari o reali - con alchimisti che, in
Africa, bevevano l'oro.
(da Il Sole 24 ore - 2 giugno 2002)
L'ORIENTE SULLE CRETE SENESI
di Lucia Piccioni
Nato a Torino nel 1926, Elémire Zolla è morto giovedì nella sua casa
di Montepulciano, dove viveva da molti anni, fra quelle colline senesi
che considerava un "insegnamento ininterrotto, una melodia perpetua,
una scoperta ubriacante", come raccontava a Doriano Fasoli in Un
destino itinerante. Conversazioni tra Occidente e Oriente, edito
da Marsilio nel 1995. Saggista e critico tradizionalista, professore
di letteratura americana prima all'università di Genova e poi a "La
Sapienza" di Roma, in quella stessa cattedra che fu, prima di lui,
di Mario Praz. Fu un pensatore anti-progressista o meglio antimodernista,
si interessò alle culture e alle religioni orientali cercando di rintracciare
sempre, sotto la superficie delle differenze, simboli, segni e figure
che avvicinassero l'Oriente e l'Occidente. Un percorso di difficile
e controversa catalogazione che lo portò dalle origini di anglista
ad approdare alle dottrine esoteriche e mistiche fino all'alchimia.
In difesa di una spiritualità, secondo il suo pensiero soffocata dal
materialismo moderno. Avvicinandosi alla Scuola di Francoforte per
poi criticare con nettezza la civiltà di massa con due testi che restano
tra i suoi più importanti: L'eclissi dell'intellettuale (del
1959) e Volgarità e dolore, entrambi pubblicati dall'editore
Bompiani. Una traiettoria che comprende l'uscita per Adelphi, nel
1971, di un libro che all'epoca suscitò non poche polemiche, Che
cos'è la tradizione (che lo stesso editore ristampò nel 1998).
Una requisitoria contro le ideologie totalitarie, soprattutto quelle
di segno progressista, in cui Zolla rintracciava una sorta di degenerazione
satanica dell'Illuminismo. La sua produzione di libri e saggi è vastissima.
Una delle sue opere più note resta senza dubbio I letterati e lo
sciamano, testo del 1969. Nel 1978, sulla scia del pensiero del
filosofo di destra Oswald Spengler autore del libro Il tramonto
dell'occidente edito a Monaco nel 1917, Zolla scrive il libro
Gli usi dell'immaginazione e il declino dell'occidente. Del
1997 è la ripubblicazione in due volumi per Adelphi del libro I
mistici dell'Occidente. Del 1999, stavolta per Einaudi, è il volume
Il dio dell'ebbrezza: antologia dei moderni dionisiaci. Numeroso
è l'insieme dei saggi da lui raccolti che sono stati editi in numerosi
volumi, relativi alla figura del Superuomo (nicciano) nella letteratura
europea e nord-americana. Zolla vede incarnati nel Parsifal e nel
Tannhauser il prototipo del super-uomo. In una introduzione scrive:
"Il culto delle forze distruttive non basta da solo a definire lo
stregone `maligno', essendo proprio infatti anche del mistico scivaita
che tali forze adora per purificarsi d'ogni identificazione col divenire
e sciogliersi compiutamente da se stesso. Lo stregone `maligno' e
il superuomo invocano viceversa la distruttività per esaltare fino
al delirio perpetuo l'io che hanno prima quintessenziato riducendolo
alla sua smorfia più atroce". Da ciò si capisce quanto Zolla sia stato
lontano da una corretta interpretazione della figura del Superuomo
di Nietzsche. Secondo il grande filosofo tedesco non esistono fatti,
ma solo interpretazioni e pertanto il Superuomo come titolare
della volontà di potenza, viene pensato come quel soggetto
capace di dare interpretazioni del mondo e cioè di conferire, attraverso
la sua lettura energetica e avvalorante realtà a quello che pensa
e a quello che fa: nuovo demiurgo moderno.
Zolla è anche autore di romanzi come Minuetto all'inferno (Einaudi
1956) con il quale vinse il premio Strega riservato alle opere prime
e Cecilia o la disattenzione (1961), penetrante e ambiguo ritratto
psicologico.
Una delle sue ultime opere pubblicate è il saggio edito da Adelphi
Lo stupore infantile. Lo scrittore aveva consegnato un ultimo
testo dal titolo: Discesa agli Inferi e resurrezione che sarà
in libreria (sempre per Adelphi) il prossimo autunno.
(da
Il Manifesto - 1 giugno 2002)
CI SONO UOMINI CHE NON SONO
ADATTI PER L'EPOCA IN CUI VIVONO...
di
Armando Torno
Ci sono uomini che non sono adatti per l'epoca. Avrebbero preferito
il Rinascimento, quando Carlo V sosteneva di parlare in tedesco con
il suo cavallo, o la Roma antica, quando i generali si punivano da
soli con la morte. Però, nonostante gli sforzi mentali e non, a costoro
non è dato scegliere il tempo in cui spendere la propria esistenza.
La devono subire, come tutti. Elémire Zolla, nato a Torino nel 1926,
morto ieri mattina alle 11 nel suo ritiro di Montepulciano, era uno
di questi. Romanziere, critico, cultore di mistica, di simbologia,
delle civiltà orientali, conoscitore dell'alchimia, storico dell'anima
umana nel senso lato del termine, ha rappresentato l'intellettuale
lontano dalle segreterie dei partiti in anni in cui molti hanno confuso
questi modesti luoghi con le biblioteche, o con le sedi di ricerca
e dei concorsi universitari. Zolla, insomma, aveva tutte le caratteristiche
per finire in quella pagina - è ne L'inutile bellezza - in cui Guy
de Maupassant definisce la categoria degli intellettuali come quella
"degli eterni e miserabili esuli su questa terra". Comunque Zolla
non fu un esule, anzi. Riuscì in molti casi ad avere i riflettori
giusti al momento opportuno, proprio perché rappresentava l'eccezione
da segnalare. Poteva, ad esempio, esordire con il romanzo Minuetto
all'inferno (Einaudi 1956) e vincere il premio "Strega Opera prima"
insieme a Storie ferraresi di Giorgio Bassani. Riusciva inoltre ad
avvicinarsi alla Scuola di Francoforte e poi sapeva criticare acutamente
la civiltà di massa con due libri che restano tra i suoi migliori:
Eclissi dell'intellettuale (1959) e Volgarità e dolore (1962) che
videro la luce presso Bompiani. E infine si congedò dalla critica
quando tutti vi si gettarono come pesci lessi; si diede alla metafisica,
ovvero a quelle che chiamò "fonti sapienziali extra-storiche". Ci
riuscì con un'opera monumentale che è ancora oggi utile, ovvero con
l'antologia I mistici in cui c'è anche il lavoro e lo straordinario
gusto di Cristina Campo (uscì da Garzanti nel 1963; è stata ristampata
in due volumi da Adelphi nel 1997). Nel 1964 ecco la Storia del fantasticare
(Bompiani), nel '75 Le meraviglie della natura , un saggio dedicato
all'alchimia (ora ristampato da Marsilio). ù
Non
tutto finisce qui. C'è uno Zolla che si occupa di sciamanesimo, uno
che si dedica a J. Petru Culianu, studioso rumeno della gnosi (c'è
il saggio numerato edito da Tallone), uno infine che approda - siamo
alla fine degli anni Novanta - da Mondadori e pubblica libri dalle
alte tirature come La nube del telaio o La filosofia perenne . È quello
che poco dopo, per lo spirito dei tempi o perché tutti dobbiamo campare,
presenzia al "Maurizio Costanzo Show". Di questo Zolla abbiamo visto
molto e conosciamo troppo poco per scrivere.
Quello
che ringraziamo e a cui siamo debitori è lo studioso che dirigeva
una rivista edita da La Nuova Italia e che cessò le sue pubblicazioni
negli anni Settanta: si chiamava Conoscenza religiosa. Su quelle pagine
si poteva riflettere grazie ai contributi di Abraham Joshua Heschel,
di Marius Schneider (memorabile un suo intervento sul numero 1 del
1969 dedicato a La simbologia della danza ), di Cristina Campo, di
Mircea Eliade, di altri autori che allora erano considerati reazionari.
Si trovavano poesie degli indiani d'America o ricerche sulla simbologia
dell'asino nelle religioni, inediti di alchimisti o notizie sui mistici
renani o russi, saggi di filosofia orientale, congetture su Dioniso
o su Iside. Lì i riflettori non si accesero. Erano pagine troppo intelligenti
per attirarli.
Da
Adelphi c'è il saggio su Lo stupore infantile (1994) e nel 1998 questo
editore ristampò un libro che nel 1971, quando uscì, fece digrignare
non pochi denti ma oggi non suscita più alcuna reazione, anche se
resta un'opera che è il caso di leggere: si tratta di Che cos'è la
tradizione . Il prossimo, che Zolla aveva già consegnato ad Adelphi
e che uscirà in autunno, ha come titolo Discesa agli inferi e resurrezione
. È un viaggio nel regno dei morti, nelle varie concezioni che gli
uomini hanno elaborato intorno ad esso. Strana coincidenza: il suo
esordio fu il ricordato Minuetto all'inferno . Quel luogo, fisico
o metafisico che sia, egli lo tenne vivo nelle sue opere. Lui, comunque,
ha lasciato scritto che desidera essere cremato e aveva chiesto poche
notizie, se non il silenzio, intorno alla sua fine. Ha cercato di
evitare gli inferni di questa terra. Per quelli culturali c'è riuscito
abbastanza bene; per gli altri è il caso di ricordare che sulla porta
di casa sua ha scritto le seguenti parole (citiamo a memoria): non
parcheggiate automobili qui davanti, perché la mia salma dovrà passare
di qua.
(da
Il Corriere della Sera - 31 maggio 2002)
E' MORTO ELÉMIRE
ZOLLA, PENSATORE BORDERLINE
di Raf Valvola
Era un pensatore ai bordi delle ideologie e delle appartenenze. Questo
è il tratto, aristocratico e contraddittorio, di Zolla che a 76 anni
è morto ieri nella sua "mitica" casa di Montepulciano.
Anni
fa, nel 1990/1 capitò che assieme a Matteo Guarnaccia, straordinario
pittore visionario e finanche psichedelico della scena postbeat italiana,
ci trovassimo a parlare improvvisamente di pensiero siberiano, di
misticismo, di viaggi nella coscienza; com'era giusto che fosse, d'altronde...
Poi
il discorso non poteva che cadere sui pensatori, gli scrittori che
a vario titolo ci avevano colpito. Uno di questi (tra i tanti innominabili
reazionari) era proprio lui, Zolla, che in modo differente (con letture
diverse) avevamo entrambi apprezzato negli anni passati.
E
decidemmo di fare una cosa assurda per noi all'epoca. Di mandargli
un libro, un libro che avevo appena pubblicato: Cyberpunk. Antologia
di testi politici (ShaKe). Così, perché dentro si parlava di Timothy
Leary, di viaggi nella coscienza, del suo neoplatonismo, del neoplatonismo
insito nel concetto di virtuale eccetera. Incredibilmente, dopo un
paio di mesi arrivò la risposta di Zolla. Lui, il grande santone.
Ci rispose con una cartolina postale, con la sua grafia minuta, ringraziandoci
della nostra gentilezza e delle idee contenute nel libro, che nel
frattempo aveva letto.
Poi,
un paio di anni dopo avrebbe fatto un libro proprio sulla fuga nel
virtuale, per l'editore del suo ex allievo universitario Calasso,
la Adelphi, la casa editrice che in anticipo sui tempi aveva sdoganato
in Italia la cultura neognostica e antimaterialista. Quindi parlare
di Zolla, significa anche dover fare i conti con gli esiti di un pensiero
che contribuì a scalzare in modo forte l'egemonia culturale marxista
dalle pagine culturali dei quotidiani (basti pensare alla pagina culturale
di "Repubblica"), accompagnando in modo colto la fuga nel privato,
che avrebbe attraversato in modo arrembante tutti gli anni ottanta.
Ma
Zolla andava al di là di questo. E un po' la sua biografia lo spiegava.
E forse il libro suo che ho apprezzato di più è stato un libretto
che nessun coccodrillo apparso oggi sui giornali si è preoccupato
di citare. Della fine degli anni cinquanta, La piccola storia del
fantasticare, è un libro prezioso, quasi oracolare, nonostante la
struttura argomentativa da saggio serio con cui era stato steso. In
esso c'era tutta la sua lettura di "destra" della Scuola di Francoforte,
la polemica contro le avanguardie artistiche letterarie storiche del
Novecento, contro Joyce, contro l'Ulisse e il monologo di Molly Bloom,
contro il disvelamento del lato interiore della coscienza, che in
quel saggio leggeva inopinatamente come tratto caratterizzante della
modernità. Con Joyce andava colpiva anche il freudismo, che aveva
eretto una vera e propria ermeneutica del disvelamento dei percorsi
interiori e quindi dell'immaginazione e del suo imbarbarimento.
Una
polemica che poi Zolla avrebbe provveduto a perseguire con un viaggio
lungo nelle mitologie del sogno sciamanico.
Come imparare a controllare i sogni, a guidarli, a strutturare un'etica
dell'immaginazione... tanti piccoli, preziosi, ma soprattutto inattuali
libri, pubblicati ora qui ora là (Marsilio, la collana di Eco per
Bompiani, la Rizzoli).
Il
fatto di essere borderline talvolta faceva sì che non fosse sempre
rigoroso nelle sue scelte filosofiche, ma era un costo che doveva
pagare per essere sempre a lato delle cose. Certamente, La storia
dei mistici dell'Occidente presenta una serie di pecche interpretative
notevoli che non sono di certo sfuggite ai medievisti, ma che importa,
voleva stupire, anzi fantasticare...
E
c'è riuscito. Spero tanto che abbia un buon viaggio adesso, e che
il Libro dei morti, di tibetana memoria, che così bene conosceva,
gli possa essere utile in questo importante momento.
(da
decoder-it - 31 maggio 2002)
ADDIO
A ELÉMIRE
ZOLLA, MISTICO D'OCCIDENTE
di
Giuseppe Saltini
In un libro ormai quasi dimenticato, Autodizionario degli scrittori
italiani (1990), Elémire Zolla, lo studioso di archetipi e simboli
spentosi ieri a 76 anni, tracciò un preciso ritratto di se stesso.
Accanto ad annotazioni che già erano di dominio pubblico, rivelò,
in due scarne paginette, anche tratti intimi, privati. Apprendemmo,
allora, che suo padre, nato in Inghilterra, aveva studiato pittura
dedicandosi alla maniera di Whistler e dipingendo dame in kimono.
Si era poi stabilito in Italia, a Torino, dove aveva insegnato a un
gruppo di allievi (fra i quali vi era Giulio Carlo Argan). La madre,
Blanche Smith, suonava molti strumenti. Prediligeva le ombre delle
chiese e dei chiostri.
Zolla
nacque nel capoluogo piemontese il 9 luglio 1926, quando imperversavano
la retorica populista e la demagogia autoritaria. Crebbe isolato,
parlando naturalmente inglese, francese e italiano, e studiando, in
seguito, il tedesco e lo spagnolo. Dipingeva e suonava il pianoforte.
Mandato a scuola, imparò l'arte di occultare i sentimenti e concesse
poco di sé ai compagni. Vedeva, tutt'attorno, docenti fascisti e scolari
figli di fascisti. Lo sollevava l'espatrio frequente, il soggiorno
in Inghilterra o a Parigi.
Durante
gli anni di guerra, Zolla notò che a poco a poco la gente diveniva
meno fascista. Salutò l'arrivo degli alleati a Torino senza farsi
eccessive illusioni. Viveva raccolto, passeggiava, pensava. Giunta
l'epoca della ricostruzione, si iscrisse alla Facoltà di legge, dove
conobbe qualche professore stimabile, lontano dalle risse ideologiche,
ma anche non pochi propugnatori di sciocchezze storicistiche. A 22
anni si ammalò di tisi e fu per morire. Durante la malattia, appartato,
scrisse un romanzo che uscirà nel 1956, Minuetto all'inferno (Einaudi),
con cui vinse il premio Strega opera prima. Aveva stampato parecchio,
negli anni precedenti, sulla rivista Letterature moderne di Francesco
Flora e Il pensiero critico di Remo Cantoni. Erano saggi sui maggiori
autori del Novecento, che egli tentava di riunire in una specie di
luogo ideale, distante dalle contaminazioni politiche. Da quel luogo
bandì la presenza di James Joyce. Gli scrissero Eliot e Thomas Mann,
per consentire.
Nel
1957 si trasferì a Roma, dove lavorò, per pochi mesi, nella redazione
di Tempo presente. Apparve allora un nuovo romanzo, Cecilia o la disattenzione
(Garzanti), mai più riedito. La raccolta dei suoi saggi, in parte
ispirati alla Scuola di Francoforte (Eclissi dell'intellettuale, Bompiani,
1959), ebbe, invece, numerose ristampe e traduzioni. Era una negazione,
destinata a non poter essere generalmente accettata, di tutto il sistema
dell'industria culturale. Rifiutato il positivismo e il marxismo,
fugata la dialettica di matrice hegeliana, l'opera formulava il sottinteso
invito ad abbandonare le dottrine e le pratiche conformi al mondo
industriale. Partiva da una concezione apodittica: i maggiori autori
degli ultimi secoli sono stati capaci di questo esodo.
L'anno
di uscita di quel libro si dimostrò cruciale: Zolla fu chiamato a
insegnare all'Università di Roma, specie per intervento di Mario Praz,
e incontrò Cristiana Campo, con la quale visse fino alla morte di
lei, nel 1977. Emergeranno quindi altre opere, fra cui va soprattutto
ricordata un'antologia, I mistici dell'Occidente (Garzanti, 1963;
riedito da Rizzoli, in sette volumi, nel 1980), dove la tradizione
mistica era documentata come l'area segreta in cui si era affermata,
nei millenni, l'uniformità permanente di una metafisica assoluta.
Dal rifiuto dello scientismo e del progressismo nacquero poi due saggi,
Storia del fantasticare e Le potenze dell'anima, apparsi presso Bompiani.
Zolla vinse il concorso a cattedra e andò a insegnare prima a Catania,
poi a Genova, dove rimase fino al 1974. Pur rivisitandola nella prospettiva
della mistica, la materia delle sue lezioni divenne, allora, la letteratura
anglo-americana. Egli inoltre si permise alcune dottissime disgressioni
nella filologia germanica.
Nel 1968, dopo un viaggio nel Sudovest degli Stati Uniti, Zolla scrisse
una storia dell'immagine dell'Indiano (I letterati e lo sciamano,
1969). Questo libro ebbe una risonanza notevole Oltreoceano, e anche
da noi costituì una tappa imprescindibile negli studi di neo-anglistica.
Nonostante successo e fama internazionali, l'autore fu però isolato
e aborrito, in Italia, dalla classe al potere. Egli si dedicò a viaggi
in India, in Indonesia, in Corea e in Iran. A poco a poco, dopo la
pubblicazione di Che cos'è la tradizione (1971) e della dissertazione
alchemica Le meraviglie della natura (1975), cessarono i suoi rapporti
con la Bompiani. Rimase però viva la sua collaborazione al Corriere
della Sera.
Seppure
con notevoli opposizioni, Zolla tornerà a insegnare all'Università
di Roma, nel 1974. Risale a quel periodo la sua decisione di scrivere
in inglese, di "saltare" l'editoria nazionale. In Inghilterra e in
America uscirà Archetypes (1980), seguito da The Androgyne (1981),
nelle cui pagine si addensò una cultura senza confini, un'immensa
erudizione. Trascorso il 1980, la situazione politica parzialmente
mutò, in Italia, e l'opposizione a Zolla sembrò via via dissolversi.
Egli riprese a scrivere nella nostra lingua e pubblicò quattro libri
presso Marsilio (Aure, L'amante invisibile, Archetipi e Verità segrete
esposte in evidenza). Nel frattempo, dal 1969 al 1983, aveva diretto
una rivista, Conoscenza religiosa (La Nuova Italia), cui fece collaborare
gli scrittori che gli parvero sottrarsi a ciò che egli definiva "la
generale decadenza". Poi giunsero, da Adelphi, Uscite dal mondo (1992),
Lo stupore infantile (1994) e Le tre vie (1995); da Mondadori, La
nube del telaio (1996); da Einaudi, Il dio dell'ebbrezza (1998). Adelphi,
inoltre, annuncia la prossima pubblicazione di un nuovo libro: Discesa
agli inferi e resurrezione. Recuperando i tesori culturali di popoli
vicini e lontani, scavando nel giardino sotto casa o in territori
sperduti del pianeta, Zolla seppe indicarci, dopo aver liquidato le
trasgressioni moderne e post-moderne, la via di una conoscenza "giusta",
insieme ardua e luminosa.
(da
Il Messaggero - 31 maggio 2002)
E' MORTO ELÉMIRE
ZOLLA
E' morto oggi pomeriggio a Montepulciano Elemire Zolla, filosofo e
studioso delle religioni. Viveva in modo molto riservato da alcuni
anni in una abitazione del centro storico, dove, verso le 17, è avvenuto
il decesso. Da alcuni mesi soffriva di asma e di altri gravi disturbi.
Uomo di straordinaria e multiforme cultura, Elemire Zolla è stato
uno dei principali studiosi e interpreti in Italia del pensiero "tradizionale",
intendendo questo termine come pensiero svincolato dalle ideologie
contemporanee e risalente alle fonti mitiche della cultura.
Nato a Torino il 9 luglio 1926, aveva avuto un percorso intellettuale
estremamente ricco e complesso. Docente di letteratura inglese a Genova
e poi di letteratura anglo-americana a Roma, aveva esplorato le vie
meno battute della narrativa di lingua inglese, studiando tematiche
come quella del superuomo, del gotico, della ispirazione mito-poetica
(fu tra coloro che fecero conosce J.R.R. Tolkien in Italia).
Studioso
delle religioni e delle culture orientali, aveva cercato in esse le
radici delle contrapposizioni e delle coincidenze fra il mondo d'Oriente
e quello d'Occidente. Cultore delle tematiche alternative, aveva riportato
alla luce la ricchezza di tradizioni ed esperienze dimenticate, come
l'alchimia, il tantrismo, il pensiero magico.
In tutto ciò, non aveva dimenticato di essere un esponente della cultura
moderna, attivo nel mondo d'oggi: dalla sovrapposizione fra elementi
ideali antichissimi e dati della conoscenza moderna, aveva tratto
approfondimenti di grande originalità, come l'accostamento delle visioni
dei mistici alla "realtà virtuale" della moderna elettronica.
Narratore oltre che saggista, aveva vinto nel 1956 il Premio Strega
con "Minuetto per l'inferno". Il suo libro più famoso è ancora "I
letterati e lo sciamano", del 1969, nel quale - sulla scorta anche
delle ricerche di Mircea Eliade - rivelò la ricchezza poetica del
pensiero "primitivo", contestando l'interpretazione freddamente strutturalista
allora di moda fra gli antropologi che studiavano le popolazioni "primitive";
un termine, questo, che ha sempre ferocemente avversato. Fondamentale
nella sua produzione è la folta antologia "I mistici dell'Occidente"
(1977), pubblicata in diversi volumi, nella quale riporta e commenta
con grande penetrazione le pagine più importanti del pensiero religioso/trascendente
della nostra tradizione culturale. Fra gli altri suoi libri "Storia
del fantasticare", saggio mirabilmente percettivo sulle origini del
fantastico nella letteratura (tema esplorato anche il "Lo stupore
infantile"); e poi "Aure" (1985), "Uscite dal mondo" (1992), "Le tre
vie" (1995), tutti dedicati all'esplorazione della spiritualità orientale.
Il suo ultimo volume uscito, nel 2001, è "Che cos'è la tradizione".
Per i prossimi mesi è annunciato il suo ultimo libro, che uscirà postumo,
"Discesa agli inferi e resurrezione".
(da
RaiNews 24 - 30 maggio 2002)
RICORDO DI ELÉMIRE
ZOLLA
di
Giuseppe Saltini
Elémire Zolla è tornato con forza nel mio ricordo di recente, mentre
leggevo il bel libro dedicato da Cristina De Stefano alla "Vita segreta"
di Cristina Campo, che per anni, fino alla morte, fu la sua compagna.
Rammento quel tempo, nei primi anni Settanta, quando andavo a trovarli
sull'Aventino, dove abitavano, attratto da quella coppia non comune,
che rappresentava un punto di riferimento intellettuale di grande
caratura per chi, come me, conduceva una ricerca spirituale ben oltre
gli angusti limiti del razionalismo e del laicismo bigotto.
Zolla,
nato a Torino nel 1926, ha subito nella sua vita una rivoluzione interiore
che dal punto di vista esteriore ha pagato a caro prezzo: nonostante
l'importanza dei suoi libri, che hanno avuto successo soprattutto
all'estero (alcuni li ha scritti direttamente in inglese), egli era
un marginale nella cultura italiana (e d'altronde amava vivere appartato)
che non gli perdonava il suo "tradimento".
Cresciuto
e formatosi nella Torino azionista dell'immediato dopoguerra, aveva
assorbito tutti i luoghi comuni di una visione del mondo orizzontale
e piatta, acerrima nemica di ogni slancio metafisico. all'improvviso,
sui quarant'anni, gli si sono aperti gli occhi su un'altra realtà,
affollata dalle suggestioni della natura e dello spirito che sovrabbondano
oltre i limiti imposti all'intelligenza moderna, chiusa entro un cerchio
ove tutte le cose, compresa la bellezza, sono mute. Ricordo che mi
diceva: è come se fossi stato scorticato vivo, è come se avessi completamente
cambiato pelle; quello che vedo e capisco oggi è completamente diverso
da quello che vedevo e capivo ieri.
Naturalmente
incontrai per la prima volta Zolla in un suo libro, "Eclissi dell'intellettuale"
(1959), in cui rendeva testimonianza della sua "conversione" denunciando
per così dire dall'interno l'ottusità del sistema culturale obbligato
dalla modernità. Per chi era affamato di alternative al materialismo
ideologico, quel libro fu un segno meraviglioso. Ne cercai l'autore,
andai a trovarlo, e così cominciò la nostra amicizia. Dopo quel libro,
Zolla ha approfondito le sue ricerche spirituali sul filo della tradizione,
pubblicando opere importanti. Ricordo fra l'altro la fondamentale
antologia "I mistici" e "Le potenze dell'anima". Un saggio mi è particolarmente
caro, "Storia del fantasticare", che sapientemente mi ha tolto ogni
complesso nei confronti di certa letteratura moderna che non sono
mai riuscito a digerire; in quel libro Zolla distingue magistralmente
tra fantasia creatrice e fantasticheria che rimescola la melma dell'anima
(come in Joyce, per intenderci sinteticamente).
Zolla
non fu soltanto un grande studioso e scrittore, fu anche, sotterraneamente,
un operatore culturale cui l'intelligenza e l'editoria italiana debbono
molto. All'inizio degli anni Settanta l'editore Rusconi fondò una
casa editrice di cui affidò la direzione ad Alfredo Cattabiani, che
allora era molto giovane ma assai preparato. Cattabiani si avvalse
della consulenza di Zolla, e anche questo gli permise di pubblicare
una serie di opere, di autori italiani e stranieri, che allora furono
una vera rivelazione (estremamente urtante per i conformisti) di un
vasto ambito di pensiero alternativo a quello materialista.
Ieri
Zolla è spirato a Montepulciano, dove viveva da anni. Con lui scompare
un autore "scomodo" che però rappresenta nel mondo un'alta testimonianza
dell'intelligenza italiana.
(da
Il Tempo - 31 maggio 2002)
Un ricordo del grande filosofo,
antropologo e studioso del misticismo recentemente scomparso
ZOLLA E LA RIVINCITA DELL'INTELLETTUALE
VERO
di Alberto Lombardo
Molte parole della nostra lingua sono abusate e utilizzate per indicare
concetti diversi da quelli cui dovrebbero riferirsi, secondo il significato
loro proprio: un chiaro esempio in questo senso ci è dato dal termine
intellettuale. Non solo, infatti, questo vocabolo viene impiegato
per designare ogni sorta di individuo che prenda in mano la penna
o che pronunci parola nei convegni di "cultura", ma anche il termine
intelletto (da cui il primo direttamente deriva) viene generosamente
esteso a campî ove ben difficilmente fa ingresso. Ebbene, Elémire
Zolla è stato un intellettuale, e lo è stato nel senso etimologico
del termine (che è poi l'unico legittimo), vale a dire un uomo capace
di intus legere - e per ciò stesso intelligente. Come scrisse infatti
René Guénon, "l'intelletto, in quanto principio universale, potrebbe
essere concepito come ciò che contiene la Conoscenza Totale" (Gli
stati molteplici dell'essere) e l'intuizione intellettuale "è contemporaneamente
il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, e in essa il soggetto
e l'oggetto si identificano e si unificano" (Introduzione generale
allo studio delle dottrine indù). Elémire Zolla ha avuto un suo preciso
e significativo ruolo nel mondo della cultura, quello che ne ha fatto
un emblematico pensatore, solitario in uno squallido panorama di conformisti
ad ogni costo. Infatti l'ambiente della asfittica cultura ufficiale
accademica, completamente egemonizzata dai rispettivi materialismi
e relativismi alla Freud, Marx ed Einstein non vide mai di buon occhio
(e d'altronde, come avrebbe potuto?) uno studioso così "sulfureamente"
attento alle religioni, all'alchimia, alla gnosi, al mito, alle culture
tradizionali, all'esoterismo, alla spiritualità d'Oriente e Occidente:
argomenti che sin troppe volte abbiamo dovuto sentir bollati come
"arbitrarî", "irrazionali", e spesso anche come "fascisti" dagli inquisitori
della cultura ufficiale. Zolla aprì dunque una breccia assai pericolosa
in quella muraglia editoriale: da lì infatti, con le sue incursioni,
sarebbero filtrati, prima come un rivolo e poi con forza sempre più
impetuosa, testi, idee, autori e prospettive di eccezionale importanza,
prima celati o condannati all'invisibilità, spesso anche perché pubblicati
da minuscole case editrici di destra. Alfredo Cattabiani, che ebbe
Zolla come direttore di collana (insieme ad Augusto del Noce) quando
dirigeva Borla, prima, e come consulente presso Rusconi, successivamente,
lo ha ricordato su Avvenire con queste parole: "Ha avuto due meriti
indiscutibili: di avere percorso fin dagli Anni 50 l'itinerario di
liberazione dai fantasmi ideologici, abbandonando i territori della
cultura strumentale per giungere a quelli che hanno come fondamento
il primato della contemplazione. In questo viaggio [...] ha avuto
anche modo di educare le nuove generazioni con i convegni che organizzò
alla fine degli anni '60 presso l'Istituto Accademico di Roma, scoprendo
scrittori e studiosi italiani, allora sconosciuti, da Guido Ceronetti
a Giuseppe Sermonti [...]: ricorderò fra tanti altri Mircea Eliade,
René Guénon, J.R.R. Tolkien, lo storico dell'arte Hans Sedlmayr, il
lama tibetano Chögyam Trungpa, il rabbino Abraham Heschel, Pavel Florenskij
o Giorgio de Santillana". Ciò che più vale dell'opera di Zolla è il
penetrante sistema cognitivo, che egli applicò al tantrismo e alla
magia, all'alchimia e alla filosofia induista e via dicendo ai vari
argomenti di cui si occupò: un metodo alquanto libero (tanto che si
trae la sensazione, talvolta, di "perdersi" nella sua lettura) ma
di un'efficacia suggestiva talmente intensa da risultare quasi ipnotica.
Però al tempo stesso, poiché la forma è anche (ed essenzialmente)
sostanza, ciò che vi è di più valido in Zolla spesso si rovescia nel
suo opposto. Sebbene probabilmente non sia molto garbato né appropriato
muovere critiche o avanzare riserve su un autore appena scomparso,
inquadrarne la figura intellettuale nel suo complesso è però giusto,
poiché contribuisce a fornirne un'immagine completa. Ebbene, quel
peculiarissimo stile di Elémire Zolla, che tanto affascina i lettori,
quello stile cioè che Adriano Romualdi trent'anni fa definì "lambiccato
e inquieto", è sì capace di elevarsi verso altezze notevolissime,
sulle ali della fantasia creatrice, quanto di penetrare le oscurità
profonde, seguendo il filo di ardite speculazioni: ma ciò che immancabilmente
si trae dalla sua lettura, dal suo stile vibrante, è la sensazione
di uno sviamento, di una perdita di coscienza "pericolosa". Per chiarire
per quanto possibile questo punto, occorre avvicinarsi più da vicino
ai temi cari all'autore. Spesso nell'opera di Zolla si trova il riferimento
agli stati trascendenti della coscienza: si tratta infatti di un leitmotiv,
di un tema conduttore dei suoi studî sui quali indubbiamente la preparazione
dell'autore è amplissima, e che fornisce una messe notevole di informazioni
e spunti. Ma la concezione degli stati estatici di Zolla è essenzialmente
di tipo mistico, non magico: l'estasi appare cioè quasi come una forma
più ampia della trance, e in essa ricadono dunque - con toni spesso
quasi indifferenti - le visioni dei santi medievali, le evocazioni
degli antichi baccanali, le illuminazioni dei monaci tibetani, ma
anche i fumi dell'oppio dei "poeti maledetti", i riti coribantici
dell'Africa nera, persino gli "sballi" dei giovani odierni o della
realtà virtuale (specialmente di quella ventura e perfettibile). Tutto
rientra, in questa grande visione dell'estasi, nel composito insieme
delle vie di "uscita dal mondo". Il sacro, sostenne il grande storico
delle religioni Mircea Eliade, non cessa mai di esistere: tutt'al
più esso si cela, mutando continuamente le proprie forme, e sopravvive
persino nelle società più secolarizzate ed apparentemente non religiose
o antireligiose. Questo è certo il caso anche della tensione al sovrannaturale,
ma la chiarezza è necessaria, dati i pericoli che corre chi si avvia
sulla strada dell'"uscita dal mondo". Contro le perplessità di Zolla
al proposito (dovute probabilmente alla sua particolare vocazione
"mistica"), la preparazione adeguata è necessaria a non smarrirsi.
Il mondo del sovrannaturale si può infatti ben rappresentare con quello
descritto da Collodi nel Pinocchio, un'opera davvero ricca di sapienza
ermetica (neppure troppo celata): il Paese dei Balocchi non è come
appare, e chi non abbia la necessaria preparazione per inoltrarvisi
ne rimane trasformato, sfigurato. Allo stesso modo, chi si cala negli
"inferi" della coscienza profonda, o nel ventre della balena, non
sempre trova la strada del ritorno e persino mette in grave pericolo
il nocciolo della sua esistenza. Elémire Zolla, che è stato uno degli
ultimi grandi scrittori - stregoni di questo secolo, non volle insistere
su questo aspetto. E fu forse questo a renderlo noto e caro a così
tanti lettori, e al tempo stesso il vero limite della sua grandezza.
(da La Padania - 6 giugno 2002)
ELÉMIRE
ZOLLA, IL PENSATORE CONTRO TUTTE LE CORRENTI
di Riccardo Garbetta
Con la scomparsa di Elémire Zolla, avvenuta giovedì scorso nella sua
casa di Montepunlciano, esce di scena non soltanto uno dei più grandi
saggisti italiani, ma anche una delle figure più nobili e atipiche
di intellettuale del nostro tempo. E forse l'espressione "del nostro
tempo" a lui non sarebbe piaciuta, proprio perché in qualche modo
egli incarnava una forma di pensiero anacronistico, avverso com'era
oltre tutto all'esigenza di modernità affermata da quasi tutte le
correnti del XX secolo. La pretesa di essere moderni risponde alla
necessità, o all'illusione, di innovare rispetto al passato attraverso
l'adesione alle mode del tempo, seguendo e condividendo le scelte
dettate dal gusto, dalle teorie del momento. Questa inclinazione ad
assecondare le tendenze dominanti nauseava Zolla, che tra l'altro
vedeva in essa una pericolosa accettazione del conformismo, giacché
essere alla moda è uno dei tanti modi per omologarsi, per rientrare
in schemi che non consentono in definitiva alcuna vera originalità.
Essere contro la modernità per Elémire Zolla tuttavia non equivaleva
alla difesa della tradizione, giacché con pari convinzione egli polemizzò
con tutte le formule volte a imporre valori consolidati e imprescindibili
a partire proprio dai concetti di patria, di famiglia o fedeltà alla
nazione che da fanciullo negli anni Trenta si era sentito imporre
sotto il regime fascista. Un'infanzia, la sua, per altri versi molto
fortunata, in quanto favorita, nel processo di formazione - come egli